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Borghi in Abruzzo, anche se è piccolo a Santo Stefano di Sessanio conviene restare una notte: il motivo vero

Il labirinto di pietra a un’ora da Pescara

Sali per un’ora da Pescara, lasci alle spalle la costa e a un certo punto, dopo l’ultima curva dell’altopiano, Santo Stefano di Sessanio compare tutto insieme: pietra chiara, tetti bassi, vicoli che si intrecciano come un labirinto. L’aria è già diversa, più sottile, e il rumore più forte che senti è quello dei tuoi passi sul selciato antico.

Il borgo si trova nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, in provincia dell’Aquila, a circa 1250 metri di altitudine, affacciato su un paesaggio di altipiani e pascoli che da queste parti conosci bene se ami la montagna abruzzese. È piccolo, forse te lo aspetti già: si gira tutto in un paio d’ore, con calma anche meno. Ed è proprio questo il punto su cui conviene fermarsi a ragionare.

Perché un paese così minuscolo, che potresti “consumare” in una gita mordi e fuggi tra un caffè e due foto, merita invece una notte intera. La risposta è pratica, prima ancora che romantica: di giorno, soprattutto nei weekend e in alta stagione, Santo Stefano si riempie di comitive, pullman e gruppi organizzati che arrivano, scattano le foto di rito nei vicoli più fotogenici e ripartono. Il borgo, per come è fatto, non li assorbe: li subisce.

Se invece ti fermi a dormire, il copione cambia del tutto. Verso sera i visitatori giornalieri se ne vanno, le auto sui parcheggi esterni si diradano, e restano solo i lampioni gialli che disegnano le ombre delle arcate sulle strade deserte. È un altro paese, letteralmente: le stesse pietre, la stessa architettura fortificata del Trecento, ma senza la fila per la foto e senza la voce della guida che copre il silenzio delle stalle.

Non è un dettaglio da poco se consideri quanto Santo Stefano di Sessanio sia diventato, negli ultimi anni, uno dei nomi più citati tra i borghi d’Abruzzo da vedere. Tutti ne parlano per la pietra, per i vicoli, per l’atmosfera sospesa. Quello che quasi nessuno ti dice è quando andarci per viverlo, e soprattutto perché conviene fermarsi oltre il tramonto in un paese che sembra fatto apposta per essere attraversato in fretta.

C’è una ragione precisa, legata a una storia di case abbandonate e a un progetto di ospitalità che ha riscritto le regole del pernottamento qui dentro, per cui restare una notte a Santo Stefano di Sessanio non è un vezzo da turista lento, ma quasi un obbligo se vuoi capire il borgo per come è nato.

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Dalla transumanza ai Medici, la storia che si legge nelle pietre

Quel silenzio serale di cui parlavo prima non è un caso: Santo Stefano di Sessanio ha sempre vissuto al ritmo lento della montagna, e per secoli quel ritmo lo hanno scandito i pastori. Il borgo è nato e cresciuto attorno alla pastorizia e alla transumanza, l’antico spostamento stagionale delle greggi verso le pianure della Puglia in autunno e il ritorno in altura a primavera. Dal XIV secolo Santo Stefano si è strutturato come un vero centro fortificato, con case che facevano da mura, torri di avvistamento e porte d’accesso chiuse al calare del sole. Camminando tra i vicoli oggi, quella logica difensiva la senti ancora addosso: le abitazioni sono appoggiate le une alle altre, quasi a formare un unico corpo di pietra pensato per proteggersi dal freddo e da chi arrivava da fuori.

Il momento di massimo splendore per il paese arriva tra Cinquecento e Settecento, quando Santo Stefano finisce sotto il controllo del Gran Ducato di Toscana e della famiglia De’ Medici. Non è un dettaglio decorativo della storia locale: fu il commercio di un tipo particolare di lana, chiamata carfagna, scura e resistente, usata per confezionare uniformi militari e abiti monastici, a portare ricchezza e a far arrivare qui l’influenza fiorentina. Se ti stai chiedendo dove sia rimasta traccia visibile di quel dominio, la risposta ce l’hai davanti appena attraversi la porta principale del borgo: sopra l’arco è ancora scolpito lo stemma dei Medici, la prova in pietra di un legame che sulle prime sembra improbabile tra l’altopiano abruzzese e Firenze, e che invece per due secoli buoni ha retto l’economia di questo paese.

Dal terremoto al rilancio, la storia di Sextantio

Dopo il periodo mediceo, per Santo Stefano di Sessanio è arrivato il declino tipico di tanti borghi montani italiani: spopolamento, emigrazione, case che restavano vuote una dopo l’altra. Poi, nel 2009, il terremoto ha colpito duramente diverse strutture storiche del paese, aggiungendo ferite fisiche a un abbandono che andava avanti da decenni. Sembrava la premessa perfetta per un altro paese fantasma da aggiungere alla lunga lista che l’Appennino conosce bene.

Invece qualcosa ha cambiato direzione. Un imprenditore italo-svedese ha iniziato ad acquistare e restaurare le case abbandonate del borgo, e da quel lavoro è nato il progetto di albergo diffuso Sextantio: un modello di ospitalità che, invece di costruire un unico grande hotel, usa le vecchie abitazioni contadine sparse nel paese come camere e spazi comuni. Materiali originali, arredi essenziali, luce soffusa: se cammini tra i vicoli oggi trovi botteghe riaperte, laboratori artigiani, vecchie stalle diventate stanze dove le pareti in pietra sono rimaste quasi intatte. È proprio questo il motivo pratico per cui, quando scegli dove dormire, qui non stai scegliendo tra strutture qualunque: stai scegliendo di passare la notte dentro una casa che qualcuno aveva lasciato vuota, e che è tornata a vivere. Ed è quello stemma mediceo sopra la porta, sopravvissuto a secoli di storia e a un terremoto, che ti aspetta appena entri nel cuore del borgo.

Itinerario a piedi, cosa vedere in mezza giornata

Lascia l’auto nei parcheggi fuori dal centro storico e dimenticati per un paio d’ore l’idea di strade dritte. Santo Stefano di Sessanio si visita così, un passo dopo l’altro, senza fretta.

Il primo spazio che incontri di solito è Piazza Medicea, irregolare, stretta tra edifici in pietra dove oggi si affacciano piccoli bar e ristoranti. È il salotto naturale del paese, il punto in cui i vicoli sembrano tutti convergere prima di ridividersi.

Da lì raggiungi in pochi passi la Chiesa delle Anime Sante, chiamata anche del Suffragio: facciata intonacata incorniciata dalla pietra chiara, un portale barocco che stona piacevolmente con la sobrietà del resto del borgo. Dentro, in un’unica aula, trovi l’altare dedicato alla Vergine del Carmelo e del Suffragio, mentre fuori un cartiglio ricorda i caduti del paese nelle guerre del Novecento.

Accanto alla chiesa si apre la Porta Medicea, quella con lo stemma dei Medici scolpito sopra l’arco di cui ti ho già parlato. Superata la porta, imbocchi via Vittorio Emanuele, l’arteria principale del borgo: botteghe riaperte negli ultimi anni, laboratori artigiani, vecchie stalle riconvertite in camere. Camminarla tutta, con calma, ti porta in fondo al paese, dal lato opposto rispetto a dove sei entrato.

In mezza giornata riesci a fare questo giro completo, con soste, senza correre. Se ti fermi a dormire, come ti dicevo, il percorso lo rifai di sera con una luce completamente diversa: conviene farlo due volte.

Come arrivare da Pescara e quando andare

Da Pescara ti servono circa sessanta minuti d’auto per arrivare a Santo Stefano di Sessanio, seguendo le indicazioni per l’altopiano di Campo Imperatore: il paese ne rappresenta l’accesso meridionale, quindi se stai già programmando una giornata sul Gran Sasso puoi facilmente combinare le due tappe.

Sui weekend estivi e nei ponti la pressione turistica si sente, con pullman e comitive che affollano soprattutto Piazza Medicea nelle ore centrali della giornata. Tra ottobre e maggio, invece, il borgo torna quasi ai suoi ritmi originali: pochi visitatori, silenzio vero, e la possibilità di goderti via Vittorio Emanuele senza dover aspettare il tuo turno per una foto. L’inverno, con la neve sui tetti e sull’altopiano di Campo Imperatore alle spalle, resta probabilmente il momento più suggestivo per chi non ha paura del freddo.

Fonti

Foto: GeoFede88 — CC BY-SA 4.0 (fonte)