Tartufo, l’Abruzzo chiede tre nuove fiere, cosa cambia per chi vuole andare a caccia di sapori autunnali
Da domani, 1 ottobre, riparte ufficialmente la stagione di raccolta del tartufo in Abruzzo. E proprio alla vigilia di questa data l’associazione “tartufo Abruzzo” ha lanciato un appello che, se dovesse andare in porto, cambierebbe non poco il calendario delle sagre autunnali nella regione.
Il presidente Berardo di Giandomenico chiede a Regione, Comuni e associazioni di settore di far nascere tre nuove fiere nazionali a Chieti, Teramo e Pescara, da affiancare alla Fiera internazionale dei tartufi d’Abruzzo che già si tiene all’Aquila. L’idea è di costruire un circuito, distribuito tra ottobre e dicembre, capace di trasformare l’Abruzzo nel punto di riferimento nazionale per l’economia del tartufo.
Per te che ogni autunno cerchi dove andare ad assaggiare il tartufo appena cavato, la notizia ha un peso diretto: se la proposta trovasse ascolto nelle amministrazioni locali, nel giro di qualche stagione potresti avere tre nuovi appuntamenti fissi vicino a casa, oltre a quello aquilano già consolidato. Al momento si tratta di un appello, non di un calendario definito: niente date, niente sedi, niente conferme istituzionali. Ma il fatto che arrivi proprio nel giorno di apertura della raccolta non è un dettaglio da poco, perché segna l’intenzione dei tartufai di trasformare un’attività stagionale in un’occasione di sviluppo per l’intero territorio.
E qui la domanda vera comincia a farsi interessante: perché proprio Chieti, Teramo e Pescara, e cosa cambierebbe per chi vive di ristorazione e turismo in queste zone?
Leggi anche: Storie di Pescara, il patrono che il mare e il fiume hanno portato fin qui: cosa puoi vedere il 10 ottobre
Perché Chieti, Teramo e Pescara e non altrove
La scelta delle tre province non è casuale. Chieti, Teramo e Pescara sono le aree dove la raccolta del tartufo è già diffusa ma dove, a differenza dell’Aquila, manca una vetrina fieristica capace di dargli visibilità nazionale. L’associazione ragiona per completamento territoriale: se L’Aquila copre l’entroterra montano, un circuito che aggiunga tre appuntamenti nelle altre province coprirebbe l’intera regione, dalla costa alle colline interne, in un arco di tempo che va da ottobre a dicembre.
Non è un dettaglio da poco. Un circuito spalmato su tre mesi, invece di un singolo evento concentrato in un weekend, permetterebbe di seguire l’andamento naturale della raccolta: il tartufo bianco pregiato si cava soprattutto in autunno, mentre altre varietà arrivano più avanti, verso l’inverno. Distribuire le fiere nel tempo, secondo la proposta, servirebbe anche a evitare che il prodotto migliore finisca venduto fuori regione a prezzi stracciati, un rischio che l’associazione definisce concreto quando manca una rete di mercati locali organizzati.
Il modello di riferimento resta la Fiera internazionale dei tartufi d’Abruzzo, che si tiene già all’Aquila e che quest’anno si intreccia con un appuntamento ben più grande: la città è capitale italiana della cultura 2026. Per l’associazione questo è l’esempio concreto di cosa succede quando un territorio investe con decisione su un prodotto identitario: la fiera aquilana viene definita “un fiore all’occhiello insostituibile”, la prova che le istituzioni, quando ci mettono risorse vere, ottengono risultati misurabili in termini di afflusso e reputazione.
Cosa porterebbe il turismo del tartufo in provincia
Qui arriva la parte che ti riguarda più da vicino, se sei tra chi organizza un weekend fuori porta inseguendo sagre e mercatini autunnali. Secondo l’associazione, un circuito fieristico strutturato avrebbe ricadute dirette su tre settori: alberghi, ristorazione e artigianato locale. Non è solo una questione di banchi con il tartufo in vendita: significa più coperti nei ristoranti delle zone interessate, più notti in strutture ricettive che oggi, tra ottobre e dicembre, vivono spesso una fase di calo rispetto all’estate.
C’è poi un obiettivo che l’associazione dichiara esplicitamente: destagionalizzare il turismo enogastronomico. Vuol dire intercettare quei flussi di visitatori che in Italia si muovono apposta per andare a caccia di eccellenze locali, gli stessi che riempiono le fiere di Piemonte, Marche, Toscana e Umbria, territori con cui l’Abruzzo, secondo il presidente Berardo di Giandomenico, non ha nulla da invidiare quanto a qualità e biodiversità del prodotto. Il problema, dice l’associazione, è la frammentazione: tanti cavatori bravi, ma nessuna rete capace di trasformarli in un brand riconoscibile sui mercati italiani ed esteri.
Se il ragionamento regge, il beneficio per te non sarebbe solo gastronomico. Una fiera nazionale porta con sé mercatini, degustazioni, spesso anche eventi collaterali legati al territorio, e questo significa più motivi per fermarsi un giorno in più in una città che magari finora associavi solo al passaggio.
Resta da capire quanto pesa, sul piano pratico, l’esempio dell’Aquila che l’associazione porta a sostegno della propria richiesta.
La stagione del tartufo in Abruzzo, dove si trova già oggi
Prima di guardare a cosa potrebbe nascere nei prossimi anni, conviene capire cosa esiste già, perché l’Abruzzo del tartufo non parte da zero. La raccolta coinvolge decine di cavatori sparsi tra le zone interne di Chieti, Teramo, Pescara e L’Aquila, ognuno con il proprio cane addestrato a riconoscere l’odore del tartufo sotto terra, spesso un lagotto romagnolo, la razza più usata in Italia per questo lavoro. È un mestiere che si tramanda in famiglia, fatto di uscite all’alba nei boschi di querce e noccioli, quando il terreno è ancora umido e l’odore del tartufo si sente meglio.
L’unico appuntamento fieristico di respiro nazionale che l’Abruzzo può già vantare è la Fiera internazionale dei tartufi d’Abruzzo, che si tiene all’Aquila. Quest’anno l’evento si intreccia con un momento particolare per la città, capitale italiana della cultura 2026, il che amplifica l’attenzione mediatica e turistica sull’appuntamento. È proprio questo mix, prodotto identitario più vetrina istituzionale forte, che l’associazione “tartufo Abruzzo” indica come la ricetta da replicare altrove in regione, sostenendo che il potenziale del resto del territorio resti “ampiamente inespresso” rispetto a quanto già ottenuto all’Aquila.
Cosa resta da vedere, tempi e prossimi passi
Detto questo, è bene essere chiari su un punto: quella lanciata da Berardo di Giandomenico è per ora una proposta, non una decisione. Non ci sono date fissate, non ci sono sedi individuate, non ci sono conferme da parte di Regione o Comuni. Il presidente lo dice esplicitamente, rivolgendosi a “Regione, Comuni e associazioni consorelle” con l’invito a “sedersi a un tavolo comune”, aggiungendo che i tartufai “hanno le competenze, i cani, i cavatori e un prodotto straordinario” ma che serve una rete istituzionale per trasformare quel patrimonio in eventi veri e propri.
Tradotto in pratica, significa che il primo passo concreto dovrebbe arrivare dal confronto tra l’associazione e le amministrazioni locali, probabilmente nelle settimane successive all’apertura della stagione di raccolta. Se ti stai chiedendo quando potresti effettivamente trovare la prima di queste tre nuove fiere in calendario, la risposta onesta è che dipende da quanto in fretta politica e associazioni di categoria decideranno di muoversi. L’appello, per ora, resta un manifesto: la palla passa a chi ha il compito di trasformarlo in un calendario di eventi con tanto di data, luogo e biglietto d’ingresso.
Fonti
- L'associazione tartufai chiede tre nuove fiere nazionali a Chieti, Teramo e Pescara – ilpescara.it (ilpescara.it)


