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Il calcestruzzo dei Romani regge ancora: dove si vede in Abruzzo, da Alba Fucens ad Amiternum

Il cemento armato di un ponte degli anni Sessanta oggi va monitorato. Le murature romane di duemila anni fa stanno ancora in piedi in mezzo ai campi, sotto la pioggia e il gelo dell’Appennino. Non è leggenda: è chimica, e in Abruzzo si tocca con mano in almeno quattro posti.

Perché quel calcestruzzo dura

I Romani impastavano calce, acqua, inerti e soprattutto pozzolana, la cenere vulcanica dei Campi Flegrei. Il risultato, l’opus caementicium, faceva una cosa che il cemento moderno non fa: continuava a reagire nel tempo. Le ricerche degli ultimi anni hanno mostrato che nell’impasto restavano grumi di calce non completamente spenta; quando una microfrattura lasciava entrare l’acqua, quei grumi reagivano e richiudevano la crepa. Un materiale che si ripara da solo.

C’è poi una differenza banale ma decisiva: nel calcestruzzo antico non c’è ferro. Il cemento armato moderno si degrada quasi sempre partendo dai tondini che arrugginiscono e si gonfiano, facendo saltare il copriferro. Nessun ferro, nessuna ruggine.

Una terza ragione riguarda l’uso: i Romani costruivano per compressione, con archi e volte, cioè nel modo in cui i materiali lapidei lavorano meglio. Le strutture moderne lavorano a flessione e chiedono al ferro quello che la pietra non sa fare.

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Alba Fucens, la città sotto il Velino

A Massa d’Albe, nella Marsica, c’è la colonia latina fondata alla fine del IV secolo avanti Cristo per controllare la conca del Fucino. Si cammina sul basolato della via, si vedono l’anfiteatro, le terme, il foro, la basilica, con il Monte Velino alle spalle. È uno dei siti romani più leggibili d’Italia, e quasi sempre è semivuoto.

Poco sopra, la chiesa di San Pietro sorge su un tempio italico: un’altra di quelle sovrapposizioni che raccontano la continuità dei luoghi meglio di qualunque cartello.

Amiternum, dove nacque Sallustio

Alle porte dell’Aquila, l’antica città sabina poi romana conserva un teatro e un anfiteatro a poche centinaia di metri l’uno dall’altro. Amiternum diede i natali allo storico Sallustio ed era un nodo importante della viabilità appenninica. La struttura in opera cementizia dell’anfiteatro è ancora perfettamente riconoscibile, con i corridoi che si intuiscono sotto l’erba.

Peltuinum, la città sulla strada dei pastori

A Prata d’Ansidonia, su un pianoro ventoso, restano le mura, la porta urbica e il teatro di una città che stava esattamente sul percorso del tratturo: la via della transumanza, che i Romani avevano già trasformato in strada. È il posto dove si capisce meglio che la pastorizia abruzzese e la viabilità romana sono la stessa storia, e che i tratturi non sono sentieri ma infrastrutture antiche larghe decine di metri.

Juvanum, in mezzo alla montagna

A Montenerodomo, nel Chietino, a oltre mille metri di quota: foro, basilica, teatro, e un panorama sulla Majella che da solo giustifica la salita. È il sito che dimostra quanto in profondità l’urbanistica romana fosse entrata anche nell’Abruzzo interno, in luoghi che oggi sembrano remoti.

E l’acqua

Gli acquedotti romani funzionavano con pendenze minime calcolate su chilometri, senza pompe, e distribuivano acqua corrente a città intere: un servizio che in molti paesi dell’entroterra è tornato solo nel Novecento. A Sulmona l’acquedotto medievale di piazza Garibaldi non è romano, ma segue lo stesso principio idraulico ereditato dall’antichità, ed è oggi il fondale della Giostra Cavalleresca.

Come si visitano

  • Scarpe chiuse. Sono aree archeologiche all’aperto, con erba, pietre e dislivelli.
  • Orari variabili, spesso legati alla stagione e a cooperative locali: meglio una telefonata prima di fare cento chilometri.
  • Mattina presto o tardo pomeriggio: sul basolato, a mezzogiorno d’estate, non c’è un filo d’ombra.
  • Portare acqua: nei siti minori non ci sono fontane né bar.
  • In quota il meteo cambia: per Juvanum e Peltuinum conviene guardare le condizioni dell’interno, non quelle della costa.

Perché quelle città sono state abbandonate

Nessuna delle città romane abruzzesi è stata distrutta in una notte. Il declino è stato lento e ha cause che si sommano: la crisi del sistema economico tardoantico, lo spostamento delle rotte commerciali, l’insicurezza delle pianure e delle strade, i terremoti, e infine la scelta delle popolazioni di risalire sulle alture, dove si difendeva meglio.

È lo stesso movimento che ha prodotto i borghi arroccati che oggi consideriamo il paesaggio tipico abruzzese: molti di quei paesi nascono con le pietre delle città romane sottostanti, letteralmente smontate e rimontate più in alto. Per questo, in diversi centri storici, si riconoscono blocchi e iscrizioni romane murati nelle case.

Le strade, che sono l’opera più duratura

Delle infrastrutture romane in Abruzzo la più persistente non è un edificio: è il tracciato viario. La via Tiburtina Valeria, che collegava Roma all’Adriatico attraverso la Marsica e la valle dell’Aterno, e la via Claudia Nova hanno determinato per due millenni dove si passa e dove si costruisce.

Molte statali moderne ricalcano quei percorsi, perché la scelta del valico e del fondovalle era già stata fatta nel modo migliore possibile. Chi guida verso l'interno da Pescara, senza saperlo, segue decisioni prese da ingegneri di duemila anni fa.

Come si legge un sito archeologico, se non sei del mestiere

  • Cerca prima l’acqua: cisterne, condutture e terme dicono quanto era ricca la città.
  • Guarda il foro, che è la piazza: la sua dimensione racconta la popolazione.
  • Conta i luoghi di spettacolo: un teatro o un anfiteatro implicano risorse e un pubblico.
  • Segui il tracciato delle strade interne, di solito ancora leggibile: capisci l’impianto in due minuti.
  • Nota i materiali di reimpiego nelle costruzioni successive: raccontano che cosa è successo dopo.

Quando andare, e cosa mettere in valigia

I siti archeologici abruzzesi sono quasi tutti all’aperto e in quota, quindi la stagione conta. Primavera e inizio autunno sono i periodi migliori: in estate l’assenza di ombra è un problema reale, in inverno molti siti sono innevati o con accessi difficili. Servono scarpe chiuse, acqua e cappello, e in alcuni casi l’auto è indispensabile perché il trasporto pubblico non arriva.

Chi vuole completare la visita con i reperti deve mettere in conto una tappa nei musei, dove sono conservati i corredi e le iscrizioni: la mappa di che cosa si trova dove è questa. E per il periodo precedente ai Romani, la storia dei popoli italici della regione si legge meglio nella necropoli di Campovalano.

Domande frequenti

Perché il calcestruzzo romano dura più del nostro?

Per la pozzolana e per la presenza di calce non completamente spenta, che permette all’impasto di richiudere le microfratture. E perché non contiene ferro, che è il punto debole del cemento armato.

Qual è il sito romano più bello d’Abruzzo?

Alba Fucens è il più leggibile e completo; Juvanum ha il panorama migliore; Amiternum è il più vicino a una città.

Si pagano biglietti?

Dipende dal sito e dalla gestione: alcuni hanno ingresso gratuito, altri un biglietto simbolico. Gli orari sono spesso stagionali.

I tratturi si possono percorrere a piedi?

Sì, molti tratti sono segnalati e percorribili a piedi o in bici: sono fra i percorsi escursionistici più caratteristici della regione.

Quanto tempo serve per Alba Fucens?

Un’ora e mezza per il percorso principale, di più se si sale anche alla chiesa di San Pietro e al borgo medievale.

Sono visite adatte ai bambini?

Sì, purché si mettano in conto terreno irregolare e mancanza di ombra. Il teatro e l’anfiteatro sono le strutture che li colpiscono di più.