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Spesa al supermercato, quanto è aumentata: come si controlla senza fidarsi dei titoli

«La spesa è aumentata del venti per cento» è il tipo di titolo che si legge da anni. È quasi sempre vero e quasi sempre inutile, perché la media nazionale non dice niente del tuo carrello. Il numero che conta si costruisce in casa, e ci vogliono cinque minuti.

Dove stanno i dati veri

L’inflazione alimentare la misura l’Istat, che pubblica ogni mese le variazioni per categoria di prodotto: pane e cereali, carne, pesce, latticini, frutta, verdura. Sono dati per l’intero paese, e servono a capire la direzione, non il tuo conto.

Per i carburanti, che pesano sul bilancio quanto la spesa, i prezzi sono pubblici e comunicati dai gestori: li aggiorniamo ogni giorno comune per comune qui. Sull’alimentare un equivalente non esiste, e questo è esattamente il problema.

Il numero che conta è il tuo

Prendi cinque prodotti che compri sempre uguali — la tua marca di pasta, il latte, il caffè, un detersivo, il pane — e segna il prezzo al chilo o al litro una volta al mese. In sei mesi hai una serie storica personale che vale più di qualunque indice, perché misura la spesa che fai.

Il prezzo al chilo è l’unico confronto onesto

Sull’etichetta a scaffale, sotto il prezzo grande, c’è sempre il prezzo per unità di misura. È l’unico modo per confrontare due confezioni diverse, ed è anche il modo per accorgersi della sgrammatura: la confezione che passa da 500 a 450 grammi restando allo stesso prezzo è un aumento del dieci per cento che nessuno annuncia.

È una tecnica diffusa e perfettamente legale: cambia il contenuto, non il cartellino.

Le altre trappole dello scaffale

  • L’altezza degli occhi è la posizione più cara: i prodotti più convenienti stanno in basso o in alto.
  • Il 3×2 non è sempre un risparmio: va confrontato con il prezzo al chilo del formato singolo di un’altra marca.
  • Le promozioni a tempo su prodotti che non compreresti spostano il carrello: si risparmia sul prezzo e si spende di più in totale.
  • I prodotti a marchio del distributore costano meno e spesso escono dagli stessi stabilimenti dei marchi noti: vale la prova.
  • Il carrello grande fa comprare di più: per una spesa breve, il cestino è un alleato.

Quello che qui si può fare e altrove no

Vivere in una regione agricola cambia il conto, se si usa.

  • I mercati settimanali e i mercati contadini: su frutta e verdura di stagione la differenza con la grande distribuzione è reale, soprattutto in estate.
  • Comprare direttamente dal produttore per olio, uova, formaggi, legumi: in mezz’ora d’auto dalla costa si è in campagna.
  • La stagionalità. Le fragole a dicembre costano quello che costa portarle qui.
  • I gruppi di acquisto, che nei comuni della provincia funzionano da anni.

Il conto che sorprende sempre

Se per un mese conservi tutti gli scontrini e li dividi in tre voci — necessario, comodo, superfluo — quasi tutti scoprono la stessa cosa: l’aumento del prezzo pesa meno delle abitudini di acquisto. Non è una consolazione, ma è l’unica parte su cui si può intervenire subito.

L’altra voce su cui si interviene con effetti immediati è lo spreco: in media si butta una quota non piccola di quello che si compra, e una lista scritta prima di uscire la riduce più di qualunque offerta.

Le etichette: dove sta l’informazione utile

Sulla confezione ci sono tre punti che cambiano la scelta e che quasi nessuno guarda:

  • L’elenco degli ingredienti, in ordine decrescente di quantità. Il primo ingrediente è quello che c’è di più: se in un biscotto è lo zucchero, hai già la risposta.
  • L’origine della materia prima, obbligatoria per alcune categorie come pasta, riso, latte e derivati, pomodoro e carni. Su altre non c’è, e il nome italiano sulla confezione non dice nulla sulla provenienza.
  • La differenza fra «da consumarsi entro» e «da consumarsi preferibilmente entro»: la prima è una data di sicurezza, la seconda riguarda la qualità. Confonderle è una delle cause principali dello spreco domestico.

Perché lo stesso prodotto costa diverso in due negozi

Le insegne applicano politiche di prezzo differenti, e la differenza non è casuale. Alcuni prodotti — pane, latte, pasta, uova — funzionano da richiamo: hanno un prezzo aggressivo perché il cliente li usa per giudicare l’intero punto vendita. Su altri, meno confrontabili, il margine si recupera.

Questo significa che confrontare due supermercati su tre prodotti non dice quasi nulla. Il confronto sensato si fa su un carrello di dieci o quindici prodotti che compri di abitudine, ripetuto un paio di volte. Chi lo fa, spesso, scopre che il negozio più caro sui richiami è più conveniente sul totale.

Il conto della filiera, spiegato con il pane

Quando un prodotto rincara, la domanda che si sente è sempre la stessa: chi si è preso l’aumento? La risposta non sta quasi mai in una voce sola. Nel prezzo finale entrano materia prima, energia, lavoro, trasporto, imballaggio, affitto del locale e margine di chi vende, e ognuna di queste voci si muove per conto suo.

Nel caso del pane, per esempio, il costo della farina pesa molto meno di quanto si creda rispetto a energia e ore di lavoro: lo abbiamo spiegato numero per numero in questo pezzo. Vale lo stesso ragionamento per il gelato e per il caffè al banco: quando aumenta il prezzo di un prodotto lavorato, la materia prima è raramente l’unica imputata.

Le abitudini che riducono il conto senza togliere niente

  • Fare la spesa dopo mangiato. È il consiglio più banale e uno dei pochi con un effetto misurabile.
  • Cucinare in quantità e congelare in porzioni: taglia sprechi e spesa dei giorni difficili.
  • Controllare la dispensa prima di uscire: il doppione comprato per dimenticanza è una voce ricorrente in tutte le famiglie.
  • Comprare i prodotti vicini alla scadenza quando si consumano subito: molti punti vendita li scontano a fine giornata.
  • Usare il freezer come strumento di risparmio, non come deposito: quello che entra deve avere una data e una destinazione.

Nessuna di queste mosse è spettacolare, e sommate valgono più di qualunque volantino.

Confrontare i prezzi senza perdere tempo

Il metodo più semplice per non dipendere dalle impressioni è tenere una lista breve e stabile. Dieci prodotti che compri sempre, il prezzo al chilo o al litro annotato una volta al mese, sempre negli stessi due o tre negozi: in mezz’ora l’anno hai una serie che ti dice esattamente dove ti conviene fare la spesa e quanto è cambiato il tuo carrello.

Conviene aggiungere due colonne: il formato, per accorgersi delle sgrammature, e la marca, perché il confronto ha senso solo a parità di prodotto. Chi lo fa scopre in genere due cose insieme: che la percezione degli aumenti è più alta della realtà su alcune voci, e molto più bassa su altre.

Domande frequenti

Dove si trovano i dati ufficiali sull’inflazione alimentare?

Nelle rilevazioni mensili dell’Istat, che pubblicano le variazioni dei prezzi per categoria di prodotto.

Che cos’è la sgrammatura?

La riduzione del contenuto della confezione a parità di prezzo: un aumento nascosto che si scopre guardando il prezzo al chilo.

I prodotti a marchio del supermercato sono peggiori?

Non necessariamente: spesso provengono dagli stessi stabilimenti dei marchi noti. Conviene confrontare gli ingredienti.

Conviene comprare al mercato contadino?

Su frutta e verdura di stagione sì, spesso in modo netto. Su altri prodotti la differenza è meno marcata.

Come si riduce lo spreco alimentare?

Con una lista fatta prima di uscire, la spesa più frequente e in quantità minori, e l’attenzione alle date di scadenza al momento dell’acquisto.

Esiste un osservatorio dei prezzi alimentari come per i carburanti?

Non con lo stesso dettaglio per punto vendita: per i carburanti la comunicazione dei prezzi è obbligatoria, per l’alimentare no.