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Pescara Calcio, dieci storie che spiegano il Delfino meglio di una classifica

Le tabelle dicono i punti, non dicono niente di una squadra. Il Pescara è una di quelle società che si spiegano meglio con le storie che con le classifiche, e in città queste storie le sanno raccontare anche quelli che allo stadio non ci vanno più.

1. Il gioco prima del risultato

Negli anni Ottanta Giovanni Galeone costruì un Pescara che attaccava a testa bassa e che nel 1987 arrivò in Serie A giocando in un modo che nessuno si aspettava da una provinciale. Quella squadra è rimasta il metro di paragone di tutte le altre: in città, quando si dice «il Pescara di Galeone», non serve aggiungere altro.

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2. Un brasiliano di livello mondiale in biancazzurro

Nella stagione in Serie A di quegli anni giocò a Pescara Júnior, centrocampista brasiliano di scuola Flamengo, uno dei nomi più prestigiosi mai arrivati all’Adriatico. Una squadra di provincia con un giocatore di quel livello: succedeva, allora.

3. La promozione di Zeman, con tre ragazzi

Il campionato di Serie B 2011-12 resta il capolavoro recente. Zdeněk Zeman prese una squadra senza pretese e la portò in Serie A con un attacco che segnava a raffica. In campo c’erano Ciro Immobile, Lorenzo Insigne e Marco Verratti: tre giocatori che l’anno dopo erano già altrove e che sarebbero diventati campioni. Il Pescara li ha avuti tutti insieme, per una stagione sola.

4. Verratti, il pescarese che è rimasto pescarese

Nato a Pescara, cresciuto nel vivaio, partito da qui per il Paris Saint-Germain e per la nazionale campione d’Europa. La sua è la storia che ogni settore giovanile racconta ai ragazzini, e l’unica di questo livello che il Delfino può rivendicare dall’inizio alla fine.

5. I marcatori di sempre

In cima alla classifica dei gol con la maglia biancazzurra resta Mario Tontodonati con 120 reti, un numero che nessuno ha più avvicinato. Al secondo posto c’è Federico Giampaolo, che ne ha messi 65 in tre maglie diverse: la sua storia l’abbiamo raccontata qui.

6. L’Adriatico, uno stadio sul mare

Lo stadio Adriatico «Giovanni Cornacchia» è a poche centinaia di metri dalla spiaggia, ed è una delle poche strutture italiane dove d’inverno il vento entra dentro il campo. È intitolato al mezzofondista pescarese e ospita anche l’atletica, con la pista che gira attorno al terreno di gioco: una configurazione che allontana gli spalti dal campo e che i tifosi discutono da sempre.

7. Il pubblico che torna quando serve

È la costante di tutte le epoche: nelle stagioni difficili gli spalti si svuotano, ma appena la squadra riprende a vincere l’Adriatico si riempie in una settimana. Un rapporto ciclico, discusso ogni anno al bar, che si ripete uguale da decenni.

8. Le categorie che si alternano

Poche società italiane hanno un curriculum così altalenante: dalla Serie A alle categorie inferiori e ritorno, più volte. È il motivo per cui i tifosi pescaresi hanno una memoria lunga e poca fiducia nelle promesse: hanno visto tutto, in entrambe le direzioni. Anche le stagioni recenti, fra play off e ripartenze, seguono lo stesso copione.

9. Il vivaio come vera risorsa

Con bilanci da provinciale, il settore giovanile non è un vezzo ma il modello. Molti dei giocatori passati dall’Adriatico negli ultimi vent’anni sono stati valorizzati e rivenduti: è la sopravvivenza economica di un club di questa dimensione, e anche l’unica strada per tornare in alto senza indebitarsi.

10. Il derby che non è mai solo una partita

Le sfide con le altre abruzzesi — Teramo, Chieti, L’Aquila, e negli anni recenti le squadre della costa — non si giocano mai per i tre punti soltanto. In una regione dove il campanile è ancora una struttura sociale, il derby è il giorno in cui la geografia diventa sport. E la rivalità con Chieti, in particolare, ha radici che vanno ben oltre il calcio: ne abbiamo scritto in questo pezzo.

Perché queste storie contano più dei numeri

Perché una città di media dimensione con una squadra che ha visto Galeone, Zeman, Immobile e Verratti ha un patrimonio che vale più di una posizione in classifica. Quando la stagione va male — e capita spesso — è quello che resta, ed è quello che riporta la gente allo stadio l’anno dopo.

Le radici: come nasce il calcio a Pescara

Il calcio in città arriva presto e si struttura fra le due guerre, quando Pescara è appena diventata capoluogo e cerca segni di identità collettiva. Il biancazzurro nasce lì, in una città giovane e costruita in fretta, che nel calcio trova uno dei pochi luoghi in cui riconoscersi tutta insieme.

È una differenza che pesa rispetto ad altre piazze abruzzesi con storie più antiche: Pescara non ha secoli di tradizione municipale alle spalle, ha una storia recente e rapidissima, e la squadra ne è parte fin dall’inizio.

Il rapporto con il resto della regione

La geografia calcistica abruzzese non è pacifica. Il rapporto con Chieti è quello che si sente di più, per ragioni che vanno molto oltre il campo e che riguardano la nascita stessa della provincia: ne abbiamo scritto in un pezzo a parte. Con Teramo e L’Aquila i confronti hanno periodi alterni, legati alle categorie in cui le squadre si sono trovate.

Il risultato è che il Pescara, nelle stagioni migliori, ha finito per rappresentare l’intera regione fuori dai confini, ed è l’unica società abruzzese ad aver frequentato con continuità le categorie superiori.

Lo stadio e il quartiere

L’Adriatico è uno stadio dentro la città, a poche centinaia di metri dalla spiaggia, e questo ne fa un impianto diverso da quelli costruiti in periferia negli stessi anni. Nei giorni di partita il quartiere cambia funzione, e la pista di atletica che circonda il campo ricorda che l’impianto nasce polivalente, come si usava allora.

È anche uno stadio che ha ospitato eventi che con il calcio non c’entrano, dalle manifestazioni sportive internazionali ai concerti, ed è per molti pescaresi il primo posto in cui hanno visto una folla vera.

Il vivaio, che è la storia più continua di tutte

Al di là dei singoli nomi, la costante della società è la produzione di giocatori. È una scelta che nasce da necessità — i bilanci non consentono altro — e che nel tempo è diventata un’identità riconoscibile: squadre giovani, gioco offensivo, giocatori che passano di qui e poi vanno altrove.

Chi segue il settore giovanile sa che questa è anche la parte del club meno raccontata e più solida. Le storie dei singoli, dai marcatori di sempre alle notti dei play off, si capiscono meglio se si tiene presente questo sfondo: una società che non compra, forma.

Domande frequenti

Chi è il miglior marcatore della storia del Pescara?

Mario Tontodonati, con 120 reti in maglia biancazzurra. Al secondo posto Federico Giampaolo con 65.

In che anno Zeman ha portato il Pescara in Serie A?

Nella stagione 2011-12, vincendo il campionato di Serie B con Immobile, Insigne e Verratti in squadra.

Marco Verratti è cresciuto nel Pescara?

Sì, è nato a Pescara ed è cresciuto nel settore giovanile del club prima del trasferimento al Paris Saint-Germain.

Come si chiama lo stadio del Pescara?

Stadio Adriatico «Giovanni Cornacchia», intitolato al mezzofondista pescarese; ospita anche le competizioni di atletica leggera.

Perché il Pescara si chiama Delfino?

Per il simbolo che campeggia sullo stemma societario, legato all’identità marittima della città.

Quali sono i derby più sentiti?

Quelli con le altre squadre abruzzesi, in particolare Teramo, Chieti e L’Aquila, con rivalità che vanno oltre il campo.