Quanto sei abruzzese?Il Quiz!· 10 domande su dialetto, cucina e borghi · ogni lunedì si riparteGioca

Le parole del dialetto abruzzese che l’italiano non sa dire in una parola sola

Ci sono sensazioni che in italiano richiedono una frase intera e in dialetto stanno in due sillabe. Non è una questione di ricchezza o povertà di una lingua: ogni parlata sceglie che cosa nominare in una parola sola. L’abruzzese ha fatto le sue scelte, e dicono parecchio di come si vive qui.

Sciammannate

L’italiano dice «trasandato», ma non è la stessa cosa. Sciammannate è chi è uscito di casa senza essersi guardato allo specchio: camicia fuori, capelli come capita, aria di uno che si è vestito al buio. Non è sporco, non è povero, è messo insieme male. In una parola c’è il giudizio, l’affetto e un po’ di rassegnazione.

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Allucche

Non è «urlare». Allucche è il grido lungo con cui ci si chiama da lontano, da un piano all’altro, da una parte all’altra della valle. È un suono nato in paesi costruiti in verticale, dove la voce era il telefono. Chi allucca non sta litigando: sta cercando qualcuno.

Zi’

Il caso più bello, e quello che agli italiani del Nord risulta incomprensibile. Zi’ davanti al nome — zi’ Peppe, zi’ Maria — non indica una parentela: è il titolo di rispetto con cui in paese si chiama una persona anziana. Nessuna traduzione funziona: «signore» è freddo, «nonno» è sbagliato, «zio» fa ridere. È l’appartenenza di un vecchio a tutta la comunità, non a una famiglia sola.

Cumpà

Stessa logica, altro registro. Il compare non è un amico: è il legame che nasce da un battesimo o da una cresima, e che nei paesi vale quasi quanto il sangue. Ci si chiama «cumpà» per tutta la vita, e in certe zone il termine si estende anche a chi quel legame non ce l’ha, per rispetto. È un pezzo di struttura sociale contenuto in una parola.

Nghe

Vuol dire «con», e da sola dice da dove vieni. Nghe me, con me. È il marcatore più riconoscibile dell’abruzzese, cambia leggermente da valle a valle e sopravvive anche in chi parla italiano tutto il giorno, perché scappa fuori nelle frasi veloci.

Mo’

«Adesso», e viene direttamente dal latino modo. Ma mo’ ha una precisione che «adesso» non ha: significa proprio in questo istante, e se lo raddoppi — mo’ mo’ — significa che stai già andando. È una parola viva in mezza Italia centrale e non è un errore: è latino conservato.

Trasì

Entrare, dal latino transire. In abruzzese e in tutte le parlate meridionali trasì ha una sfumatura in più: si trasa in una casa, ma anche in una conversazione, in un affare, in una famiglia. È entrare facendosi spazio.

Fràcete

Marcio, andato a male. Si dice della frutta lasciata troppo al sole, e con affetto di chi fa i capricci o di chi non ha voglia di alzarsi. In italiano «marcio» è solo brutto; fràcete, detto a un bambino, è quasi una carezza.

Le parole del tempo e del lavoro

Un capitolo a parte meritano i termini legati al meteo e ai mestieri, che nei paesi erano precisi quanto uno strumento.

  • Le parole per il vento cambiano a seconda di dove nasce, e in un paese di montagna quel dettaglio decideva se uscire o no.
  • I nomi degli attrezzi agricoli e delle parti dell’aratro sono spesso intraducibili perché l’oggetto non esiste più.
  • Il lessico della pastorizia e della transumanza è quasi tutto perduto insieme al mestiere: sopravvive nei toponimi e nei racconti, e nei musei che lo hanno raccolto — a partire dal Museo delle Genti d’Abruzzo.

Una premessa che vale per tutte

Il dialetto abruzzese non è uno solo. Fra Teramano, Pescarese, Chietino e Aquilano cambiano i suoni, le vocali finali e a volte il significato della stessa parola: la grafia che leggi qui è una delle possibili, e quasi certamente nel tuo paese si scrive un po’ diversa. Chi presenta «l’abruzzese» come una lingua unica sta semplificando parecchio.

Cambiano anche le etimologie: alcune sono documentate — mo’ dal latino modo, trasì da transire —, altre restano discusse fra gli studiosi, e chi te ne dà una versione sola e sicura, di solito, l’ha letta di sfuggita. Altre espressioni e le loro origini le trovi nel pezzo sui modi di dire.

Perché resistono

Le parole che sopravvivono meglio sono sempre le stesse: quelle che dicono un’emozione, un rapporto o un modo di stare al mondo. Nessuno usa più il dialetto per parlare di lavoro o di burocrazia. Ma quando ci si arrabbia, quando si scherza, quando si chiama qualcuno per nome, la lingua torna indietro da sola.

Se vuoi metterti alla prova, ogni settimana ne mettiamo qualcuna nel quiz.

Perché una parola non si traduce

Il caso interessante non è quello delle parole senza corrispondente, che sono poche: è quello delle parole che hanno un corrispondente ma non lo stesso significato d’uso. «Sciammannato» si può tradurre con trasandato, ma perde il giudizio affettuoso che l’abruzzese ci mette; «allucco» si può rendere con urlo, ma non ha la componente di sorpresa e fastidio.

È il motivo per cui chi parla dialetto in famiglia e italiano al lavoro spesso non sostituisce le due lingue, le usa per cose diverse: il dialetto per la sfumatura, l’italiano per la precisione.

Da dove arrivano queste parole

Il lessico abruzzese è stratificato come la storia della regione. Ci sono parole di origine latina conservate meglio che in italiano; residui osco-italici anteriori alla romanizzazione; termini longobardi legati al mondo agricolo e militare; prestiti spagnoli arrivati con il vicereame; e influssi napoletani, forti per tutto il periodo in cui la regione fa parte del Regno.

Nelle zone interne, dove i contatti erano minori, si sono conservate forme più arcaiche; sulla costa e lungo le vie di transito il lessico si è rinnovato più in fretta. Da qui la differenza che chiunque nota fra il parlato dell’Aquilano e quello del Chietino.

Non esiste un dialetto abruzzese solo

La regione è attraversata da linee di confine linguistico che non coincidono con quelle amministrative. In grandissima sintesi:

  • L’area adriatica, che comprende costa e colline delle province di Pescara, Chieti e Teramo, con caratteri comuni e differenze locali.
  • L’area aquilana e della Marsica, più vicina per alcuni tratti alle parlate dell’Italia mediana.
  • Zone di transizione, dove nel giro di pochi chilometri cambiano vocali e accenti.

Chi si sposta di venti chilometri sente la differenza, e chi ci vive la usa per riconoscere da dove viene l’interlocutore prima ancora di chiederglielo.

Il dialetto oggi: chi lo parla e come

La trasmissione familiare si è indebolita, ma la lingua non è sparita: si è spostata. Sopravvive nelle espressioni fisse, nei soprannomi, nel lessico del cibo e del lavoro, nell’intercalare. Molti giovani non lo parlano ma lo capiscono, e lo usano a frammenti come marcatore di appartenenza, spesso nei messaggi scritti.

C’è poi la parte che nessuno percepisce come dialetto perché è entrata nell’italiano regionale: costruzioni, ordini delle parole, modi di dire tradotti alla lettera. Ne abbiamo raccolti parecchi fra i modi di dire di uso quotidiano e fra le formule scaramantiche. Se vuoi metterti alla prova, il quiz della settimana è lì apposta.

Domande frequenti

Che cosa vuol dire «nghe» in abruzzese?

Vuol dire «con»: «nghe me» è «con me». È uno dei tratti più riconoscibili della parlata.

«Zi’» significa zio?

Non nel senso di parentela: è un titolo di rispetto rivolto agli anziani del paese, indipendentemente dai legami familiari.

Il dialetto abruzzese è una lingua?

È un gruppo di parlate romanze, non una lingua standardizzata: non ha grammatica ufficiale né ortografia condivisa, e varia molto da zona a zona.

«Mo’» è italiano o dialetto?

È una forma di origine latina viva in molti dialetti centro-meridionali e nell’italiano regionale: non è un errore, è un arcaismo conservato.

Esistono vocabolari del dialetto abruzzese?

Sì, ne esistono diversi, curati da studiosi locali e spesso pubblicati da associazioni culturali o amministrazioni comunali.

I giovani usano ancora queste parole?

Molte sì, inserite nell’italiano parlato. È la forma in cui il dialetto sta sopravvivendo: non più come lingua completa, ma come lessico affettivo.