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Sentieri in Abruzzo, puoi camminare per 60 km sulle orme di chi fuggiva dai nazisti: le tre tappe e dove mangiare

Ci sono cammini che scegli per il panorama, e cammini che ti scelgono per la storia che portano addosso. C’è un sentiero sulla Majella che è uno di quelli veri: 60 km tra Sulmona e Casoli, in tre tappe, che ricalcano il tragitto percorso da centinaia di uomini in fuga nell’autunno-inverno del 1943.

Non erano escursionisti. Erano prigionieri di guerra anglo-americani, sudafricani e neozelandesi scappati dal campo di Fonte d’Amore, vicino Sulmona, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Con loro camminavano ragazzi italiani che non volevano arruolarsi con la Repubblica di Salò, ebrei ed ex­positori politici in cerca delle linee alleate, oltre il fronte. Tra chi affrontò quella traversata c’era anche Carlo Azeglio Ciampi, che percorse il tragitto da Sulmona a Casoli il 24 marzo 1944 e lo raccontò in un diario.

Camminavano di notte, per non farsi vedere. Di giorno si nascondevano nei boschi, nei fienili, nelle grotte scavate nella roccia. Il punto più duro era il Guado di Coccia, un valico sferzato dal vento a 1.674 metri, presidiato dai tedeschi: superarlo significava lasciarsi alle spalle l’Italia occupata ed entrare in quella già liberata. Chi ce la faceva scendeva verso il Comando Alleato di Casoli.

Il cammino che nessuno scelse per piacere

Oggi quello stesso tracciato attraversa il Parco Nazionale della Majella e si può camminare in tre giorni, con un dislivello impegnativo ma alla portata di chi ha gambe allenate e scarponi adatti. Non serve essere alpinisti: serve rispetto per la montagna e, se ti va, un po’ di tempo per fermarti a leggere le targhe che ricordano cosa è successo lì.

La prima tappa parte da Sulmona (o dal cimitero cittadino, in variante) e arriva a Campo di Giove, a 1.064 metri, passando per il borgo di Pacentro lungo l’antica via dei Placunti. La seconda, la più simbolica, sale fino al Guado di Coccia, dove passava la Linea Gustav, il confine che divideva l’Italia in due durante l’occupazione tedesca. La terza scende da Palena verso Taranta Peligna e Casoli, toccando un paese fantasma e il Sacrario della Brigata Maiella.

Se pensi che l’Abruzzo sia solo Gran Sasso e Trabocchi, questo cammino ti farà cambiare idea: qui la montagna custodisce una delle pagine più dure della guerra in Abruzzo, e si può ancora percorrere passo dopo passo.

E il bello (si fa per dire) arriva proprio quando entri nel dettaglio delle tre tappe: quote, borghi, e cosa mangiare la sera dopo una giornata di cammino sulla Majella.

Il primo giorno, da Sulmona verso Campo di Giove, il paesaggio cambia sotto i piedi più in fretta di quanto ti aspetti. Si lascia la conca sulmonese, con i suoi orti e il grano, e in poche ore la macchia mediterranea lascia il posto ai faggi. Pacentro, con le sue torri medievali, è l’ultimo avamposto vero prima che la montagna prenda il sopravvento: da lì in poi il sentiero segue mulattiere di pietra, le stesse su cui, nell’inverno del 1943, si camminava al buio per non essere scoperti.

La seconda tappa è quella che ti resta addosso più a lungo. Si sale verso il Guado di Coccia, e la fatica delle gambe si accompagna a un panorama che si apre tra la Majella e il Monte Porrara, con la ferrovia Sulmona-Isernia, la Transiberiana d'Italia, che disegna curve lontane nella valle. Poco sotto il valico, nel Vallone di Coccia, ci sono i resti di un antico eremo dedicato a San Nicola: pietre nude, silenzio, e il vento che a queste quote non si ferma quasi mai. È lì che ti fermi a pensare a chi quel valico lo doveva superare di notte, con la neve, senza sapere se dall’altra parte ci fosse salvezza o una pattuglia tedesca.

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L’ultima tappa e Lettopalena, il paese fantasma

Da Palena il sentiero scende lungo l’Aventino, e qui la montagna mostra un altro volto: le tagliate, corridoi scavati a mano nella roccia per far passare il bestiame e gli uomini, e i resti di un acquedotto medievale legato al monastero di San Pietro. Sono tracce di una vita agricola che qui è durata secoli, prima che la guerra passasse a spazzare via tutto.

E poi arriva Lettopalena vecchia, che i tedeschi in ritirata rasero al suolo: oggi è un ammasso di case senza tetto, vicoli che non portano più da nessuna parte, un paese che gli abitanti hanno dovuto ricostruire altrove, poco distante, lasciando le rovine esattamente dove sono. Camminarci in mezzo, con il fiume che scorre poco più in basso, è un’esperienza che non trovi descritta in nessuna guida da cartolina.

Da qui il sentiero prosegue verso Taranta Peligna e Casoli, fino al Sacrario della Brigata Maiella, il punto simbolico d’arrivo di tutto il percorso. E dopo tre giorni di cammino sulla Majella, quello che ti serve è un piatto caldo: le pallotte cacio e ova, polpette di pane, uova e formaggio fritte e poi cotte nel sugo, sono il piatto povero per eccellenza di questi paesi, nato quando la carne era un lusso raro. In alternativa, o in aggiunta, una grigliata di arrosticini abruzzesi, quelli di pecora cotti sulla brace stretta, ti aspetta in quasi ogni trattoria di montagna tra Palena e Casoli.

Ma perché proprio quel paese in rovina, e non un altro, porta ancora addosso il peso della guerra? La risposta ha a che fare con la Brigata Maiella e con una strage che l’Abruzzo non ha mai smesso di ricordare.

La Brigata Maiella e l’eccidio di Pietransieri

Il sentiero arriva a Taranta Peligna e poi a Casoli, dove sorge il Sacrario della Brigata Maiella: qui la storia smette di essere sfondo e diventa il motivo per cui quel cammino esiste ancora oggi. La Brigata Maiella nacque proprio in questi mesi: contadini, pastori, renitenti alla leva, ex militari sbandati che presero le armi contro l’occupazione tedesca. È una delle formazioni partigiane italiane più ricordate, un riconoscimento che in Abruzzo pesa più di una targa in un museo.

Prima ancora che la Brigata si organizzasse, la montagna aveva già pagato il prezzo più alto. Il 21 novembre 1943, a Pietransieri, frazione di Roccaraso, i tedeschi in ritirata uccisero 128 persone, tra cui 34 bambini. Non era un fronte di battaglia: erano civili, famiglie intere, colpite in quello che oggi viene ricordato come uno degli eccidi più duri della guerra in Abruzzo. Quell’eccidio, insieme alla nascita della Brigata Maiella proprio in quei mesi, spiega perché questo cammino non sia un percorso qualunque: non è nato per attirare turisti, ma da una storia vera, tra chi scappava verso il fronte alleato e chi restava a difendere quella terra.

L’appuntamento di aprile, come partecipare

Ogni anno il tracciato viene percorso in forma collettiva, con un raduno organizzato nei giorni intorno al 25 aprile e capace di richiamare numerosi partecipanti, tra escursionisti italiani, discendenti dei soldati alleati e semplici camminatori curiosi. È il modo più semplice per affrontare le tre tappe con supporto logistico, guide che conoscono ogni tornante e un gruppo che condivide lo stesso passo, letteralmente e non solo.

Se preferisci muoverti in autonomia nel resto dell’anno, il percorso resta segnato e percorribile: ti serve solo pianificare i punti tappa a Campo di Giove e Palena, verificare le condizioni meteo sul Guado di Coccia (che in inverno può essere impraticabile per neve) e portare con te scorte d’acqua sufficienti, perché tra un borgo e l’altro le fontane non sono così frequenti. Il Parco Nazionale della Majella pubblica periodicamente aggiornamenti sullo stato dei sentieri, ed è la fonte più affidabile a cui rivolgersi prima di partire, soprattutto se pensi di affrontare il cammino fuori dai mesi primaverili in cui si tiene il raduno ufficiale.

Fonti