Vasto, scogliera di Lebba: acqua che sembra invitarti a tuffarti e cartelli che ti dicono di no da decenni. Il motivo non è un capriccio: la zona confina con l’area industriale di Punta Penna, e quella vicinanza basta a tenere questo tratto di costa fuori dalla balneazione da anni, senza interruzioni.
Eppure Lebba avrebbe potuto avere una storia completamente diversa. C’è stato un tempo in cui qui si pensava di far nascere il porto di Vasto. Il progetto però prese un’altra direzione: alla fine la scelta cadde sulla parte a nord del promontorio di Punta Penna, dove oggi effettivamente il porto sorge. Lebba restò così, scogliera bella e proibita, un pezzo di costa che il destino ha lasciato fuori dai piani.
È il racconto che arriva dal sesto appuntamento della rubrica A spasso lungo la costa, curata da Alessandro Cianci, studioso e appassionato di storia locale, per Zonalocale.
Ma il pezzo più curioso della storia sta più su, nascosto dietro la piccola zona industriale che oggi delimita l’area. Lì, defilato e quasi dimenticato, resiste un palazzo con un nome che da solo vale la visita: la gente lo chiama Casa dei Cento Diavoli. Una villa nobiliare secentesca, saccheggiata dai pirati turchi, passata di famiglia in famiglia fino a diventare un orfanotrofio della Curia. E dietro il soprannome, una leggenda che si tramanda da generazioni su come sia stata costruita in una notte sola.
Chi l’ha voluta, quando è stata alzata e perché i vastesi hanno iniziato a chiamarla così: la storia del Palazzo Della Penna comincia nel 1598, e conviene raccontarla per intero.
Chi ha costruito il Palazzo Della Penna e perché si dice dei Cento Diavoli
La costruzione del Palazzo Della Penna parte nel 1598 e si chiude nel 1615, diciassette anni di lavori per alzare una villa nobiliare che doveva essere un punto di riferimento per la costa vastese. Diciassette anni non sono pochi, se pensi che la leggenda popolare racconta tutt’altro: si diceva che il palazzo fosse spuntato in una sola notte, come se qualcuno, o qualcosa, avesse lavorato al buio per far comparire quelle mura prima dell’alba.
La storia vera, però, ha già di suo abbastanza da raccontare. Nel 1711 il palazzo subì un saccheggio da parte dei turchi, uno degli episodi che segnano la memoria di tutta la costa adriatica in quel periodo, quando le incursioni ottomane erano un pericolo reale per i centri costieri come Vasto. Il Palazzo Della Penna ne uscì danneggiato, ma non abbandonato: fu proprio la ricostruzione successiva a dargli il volto che ha attraversato i secoli.
A occuparsi del restauro fu Cesare Michelangelo, che rimise in piedi la villa e la trasformò in un luogo capace di ospitare visite di prestigio. Fu lui ad accogliere qui Fabrizio Colonna, durante il suo soggiorno in vista della consegna del Toson d’oro, uno dei riconoscimenti più prestigiosi dell’aristocrazia europea dell’epoca. Se ti fermi a pensarci, è un dettaglio che dice molto: un palazzo su una costa periferica, lontano dai grandi centri di potere, diventa comunque tappa per un nome che si muove tra le corti nobiliari più importanti del suo tempo.
E poi c’è il soprannome che ha fatto sopravvivere il palazzo nella memoria popolare più di qualsiasi documento d’archivio: la Casa dei Cento Diavoli. La leggenda ha due versioni che si intrecciano nei racconti tramandati di generazione in generazione. La prima è quella della costruzione in una notte, impossibile da spiegare con mezzi umani secondo chi la racconta. La seconda, forse ancora più suggestiva, parla di tredici camini apparsi sul tetto da un giorno all’altro, senza che nessuno li avesse visti costruire.
Tredici camini che spuntano dal nulla: prova a immaginare l’effetto su chi, secoli fa, si trovava a passare da queste parti e alzava lo sguardo verso il tetto del palazzo. Non stupisce che la fantasia popolare abbia chiamato in causa i diavoli, in un’epoca in cui ogni fenomeno privo di spiegazione immediata finiva attribuito al soprannaturale.
Se questa storia ti incuriosisce, la costa abruzzese conserva altri palazzi con vicende altrettanto intricate, tra passaggi di proprietà e destini che cambiano nel tempo.
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Da villa nobiliare a orfanotrofio
Il destino del Palazzo Della Penna cambia ancora nel 1835, quando l’intera tenuta viene acquistata dalla famiglia Rulli. È un passaggio che segna l’ingresso della villa in una nuova fase, lontana dai fasti delle visite nobiliari ma non priva di importanza per la storia locale. I Rulli, con il tempo, si imparentano con la famiglia Genova, e il palazzo resta legato a questo casato per diverse generazioni.
È con la morte del barone Genova Rulli che arriva la trasformazione più radicale nella storia dell’edificio: il fabbricato viene donato alla Curia e diventa sede di un orfanotrofio. Da villa per ospiti illustri a struttura di accoglienza per l’infanzia: un cambio di funzione che racconta, meglio di tante cronache, come sono cambiate nel tempo le esigenze della zona di Vasto e della sua costa.
Ma perché proprio quel palazzo, in quel punto isolato della costa, ha generato una leggenda così radicata? La risposta ha a che fare con l’aspetto che il Lebba offriva a chi si trovava a passarci nei secoli scorsi, un’atmosfera che da sola bastava a far nascere racconti di diavoli e prodigi.
Come si racconta oggi Lebba, tra video e scogliera proibita
Genova, tra l’altro, è il cognome che compare anche nell’ultimo capitolo della storia della villa: dopo il barone Genova Rulli il fabbricato passò alla Curia e da lì iniziò la sua vita come orfanotrofio, l’uso più lontano possibile dai fasti della visita di Fabrizio Colonna. È un arco che attraversa quattro secoli, dalla nobiltà seicentesca alla carità religiosa, e che oggi si può ripercorrere solo con l’immaginazione, guardando quelle mura da lontano.
Il racconto di Lebba e del Palazzo Della Penna arriva a chi legge grazie al sesto appuntamento di A spasso lungo la costa, la rubrica firmata da Alessandro Cianci per Zonalocale, che ha scelto il video come linguaggio principale. Non è un dettaglio da poco: gran parte del fascino di questi luoghi sta proprio nell’atmosfera, quella scogliera che sembra pulita e invitante ma resta interdetta, quel palazzo che si intravede appena dietro i capannoni della zona industriale. Un video riesce a restituire quella sensazione meglio di qualsiasi descrizione, ed è probabilmente il modo più immediato per farsi un’idea di cosa significhi oggi imbattersi in questo angolo di costa vastese.
Se stai pensando a una gita fuori porta verso Punta Penna, tieni presente che la zona di Lebba resta comunque un tratto di litorale con vincoli precisi: la vicinanza all’area industriale non è un dettaglio che sparisce con una passeggiata, ed è il motivo stesso per cui il bagno qui non si può fare da decenni. Ammirare la scogliera e intuire, più su, la sagoma del Palazzo Della Penna resta comunque possibile a chi si muove con curiosità lungo quella parte di costa, con la consapevolezza che si tratta di un edificio privato, testimone silenzioso di una storia che parte dal 1598 e arriva fino agli orfani accolti dalla Curia.
Quello che resta, alla fine, è un doppio paradosso tutto vastese: il porto che dopo lunghe valutazioni non è mai sorto qui, spostato a nord del promontorio, e il palazzo che invece è sopravvissuto a saccheggi turchi, ristrutturazioni e cambi di proprietà, portandosi dietro un soprannome che i vastesi ripetono da generazioni. La prossima volta che passerai da queste parti, alza lo sguardo oltre i capannoni: la Casa dei Cento Diavoli è ancora lì, a raccontare una storia che il mare proibito non è mai riuscito a cancellare.
Fonti
- Lebba, il porto che doveva essere costruito e il Palazzo dei Cento Diavoli (zonalocale.it)


