Occhi sott’acqua, puoi allenarti come le sirene a tenerli aperti: ecco come farlo in sicurezza

Perché le sirene aprono gli occhi sott’acqua senza problemi?

Ti è mai capitato di guardare un video di una mermaid, una di quelle nuotatrici che si allenano con la coda da sirena, e chiederti come faccia a tenere gli occhi spalancati sott’acqua senza contorcersi dal dolore? È la domanda che si è fatta anche chi ha realizzato il video su YouTube “Perché Le Sirene Aprono Gli Occhi Sott’Acqua Con Facilità?!”, diventato un piccolo caso proprio perché tocca un’esperienza che tutti abbiamo vissuto: quella bruciore agli occhi dopo pochi secondi in piscina o al mare.

La risposta breve è che non c’è nessun dono speciale. Le persone che praticano il mermaiding (lo sport, ormai riconosciuto in diverse discipline acquatiche, di nuotare con una coda da sirena indossabile) si allenano a tollerare quella sensazione, esponendo gli occhi in modo graduale e ripetuto fino ad abituarsi al fastidio. Ma la parola chiave è “tollerare”, non “eliminare”: il meccanismo fisico che causa il bruciore resta lo stesso per tutti, sirene comprese.

Quel fastidio nasce da un fenomeno che si chiama osmosi: il tuo occhio è protetto da un sottile strato di lacrime con una concentrazione salina precisa, e quando lo immergi in un’acqua che ha una concentrazione diversa (più dolce o più salata) le cellule della cornea reagiscono, si gonfiano o si disidratano, e mandano al cervello un segnale che tu percepisci come bruciore o vista annebbiata. Le mermaid non hanno occhi diversi dai tuoi: hanno solo imparato, esposizione dopo esposizione, a convivere con quella reazione senza chiudere subito le palpebre per riflesso.

Questo significa anche che allenarsi a tenere gli occhi aperti sott’acqua è, entro certi limiti, qualcosa che puoi provare pure tu. Non ti trasforma in un’atleta da spettacolo in una settimana, e soprattutto non è privo di rischi se lo fai nel modo sbagliato: il bruciore che senti è il tuo occhio che ti sta dicendo qualcosa, non un ostacolo da ignorare a ogni costo.

Non è un potere magico: è osmosi, allenamento e un po’ di tolleranza al fastidio.

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La scienza del bruciore, osmosi e film lacrimale

Proviamo ad aprire il cofano di quel meccanismo, perché “osmosi” è una parola che tutti ricordano vagamente dalla scuola ma che pochi sanno applicare al proprio occhio che brucia in piscina. Il film lacrimale che ricopre la cornea (la parte trasparente e curva davanti all’occhio, quella che in pratica funziona da prima lente del sistema visivo) è una soluzione salina con una concentrazione precisa, isotonica, cioè in equilibrio con i liquidi delle cellule che protegge. Finché l’ambiente esterno rispetta quell’equilibrio, le cellule della cornea restano stabili e tu vedi bene, senza fastidio. Il problema comincia quando immergi l’occhio in un liquido che ha una concentrazione salina diversa dalla tua: a quel punto entra in gioco l’osmosi, cioè il movimento spontaneo dell’acqua attraverso una membrana (in questo caso la membrana delle cellule corneali) dalla zona meno concentrata di sali verso quella più concentrata, nel tentativo di riequilibrare i due lati.

Se l’acqua intorno è più povera di sali rispetto alle tue lacrime, l’acqua tende a entrare nelle cellule della cornea per diluire la concentrazione interna, e le cellule si gonfiano leggermente: è questo rigonfiamento a offuscarti la vista e a darti quella sensazione di bruciore sordo tipica di quando apri gli occhi in una piscina non trattata o in un lago. Se invece l’acqua è più ricca di sali delle tue lacrime, il flusso va nella direzione opposta: l’acqua esce dalle cellule della cornea per diluire l’ambiente esterno più concentrato, e le cellule si disidratano. È un meccanismo fisico elementare, lo stesso per cui una fetta di melanzana salata perde acqua e si affloscia, applicato però a un tessuto delicatissimo come quello dell’occhio, dove ogni variazione minima di volume cellulare si traduce in un segnale nervoso immediato.

Acqua dolce, acqua di mare, piscina clorata, cosa cambia

Qui sta il dettaglio che spiega perché il bruciore non è mai uguale a se stesso, e che nessuno ti spiega quando ti tuffi la prima volta. L’acqua dolce, quella di un lago o di una piscina non trattata, è ipotonica rispetto al tuo film lacrimale: ha meno sali, quindi l’acqua entra nelle cellule della cornea e le gonfia, con un effetto che il tuo cervello traduce in vista annebbiata e un bruciore relativamente contenuto, che di solito sparisce nel giro di pochi minuti una volta usciti. L’acqua di mare va nella direzione opposta ed è più aggressiva: è ipertonica rispetto alle lacrime, molto più salata, e quindi disidrata le cellule della cornea invece di gonfiarle. Il risultato è un bruciore più intenso e immediato, quello che ti costringe quasi sempre a richiudere gli occhi di scatto dopo un secondo o due, anche se la sensazione tende comunque a smaltirsi in tempi simili a quelli dell’acqua dolce.

La piscina clorata aggiunge una variabile che l’osmosi da sola non basta a spiegare: il cloro, cioè il disinfettante usato per tenere sotto controllo i microrganismi nell’acqua, irrita chimicamente la superficie dell’occhio in modo indipendente dal semplice squilibrio salino. Ecco perché dopo una nuotata in piscina l’occhio spesso resta rosso e infastidito per più tempo rispetto a un tuffo in mare o in lago: non è solo la componente osmotica a lavorare, ma anche una reazione irritativa vera e propria, che in caso di esposizione prolungata o di acqua poco curata può protrarsi da qualche minuto fino a diverse ore. Ed è proprio su questo fronte che vale la pena prestare attenzione a come tratti gli occhi una volta usciti dall’acqua, perché una gestione sbagliata nelle ore successive può trasformare un fastidio passeggero in un’irritazione che dura giorni.

Tipo di acqua Effetto sull’occhio Tempo di recupero tipico
Acqua dolce (piscina non trattata, lago) Rigonfiamento cellule corneali, vista offuscata Pochi minuti dopo l’uscita
Acqua di mare Disidratazione cellule corneali, bruciore intenso Simile, ma sensazione più forte
Piscina clorata Irritazione chimica oltre a osmosi, occhio rosso Da minuti a qualche ora se esposizione prolungata

Ecco perché al mare brucia diverso che in piscina, e cosa succede al tuo occhio.

Puoi allenarti anche tu? Cosa fare e cosa evitare

Se dopo tutto questo ti è venuta voglia di provare, la buona notizia è che l’esposizione ripetuta e graduale può ridurre la sensazione soggettiva di bruciore: è lo stesso principio su cui si basano nuotatori agonisti e apneisti quando si allenano a stare a occhi aperti sott’acqua senza il riflesso immediato di richiuderli. Il tuo occhio, esposto più volte allo stesso stimolo, tende ad abituarsi e a percepire meno intenso il segnale di disagio che le cellule della cornea mandano al cervello. Ma qui va fatta una distinzione che spesso si perde per strada: abituarsi al fastidio non vuol dire azzerare il rischio. Il meccanismo osmotico che gonfia o disidrata le cellule della cornea continua ad agire comunque, che tu lo senta o no, e la tolleranza al bruciore non ti protegge da irritazioni o infezioni. Se vuoi procedere in sicurezza, conviene muoversi per gradi:

  • Comincia in acqua pulita e controllata, come una piscina regolarmente trattata, evitando laghi o acque stagnanti dove il rischio microbico è più alto e non riguarda solo l’osmosi.
  • Tieni gli occhi aperti per pochi secondi alla volta nelle prime sessioni, aumentando la durata solo quando il bruciore diminuisce in modo evidente, non quando lo ignori per abitudine.
  • Esci subito se compaiono dolore acuto, lacrimazione eccessiva o visione che resta annebbiata oltre i pochi minuti fisiologici di cui abbiamo parlato: sono segnali che il tuo occhio ti sta chiedendo una pausa.
  • Evita del tutto l’allenamento se porti lenti a contatto: l’acqua può insinuarsi tra lente e cornea e prolungare il contatto con sostanze irritanti, cloro compreso.
  • Dopo ogni sessione, risciacqua gli occhi con acqua pulita o soluzione fisiologica, così da eliminare cloro o sale residuo e aiutare il film lacrimale a tornare al suo equilibrio naturale.

La maschera resta comunque la scelta più sensata per chi nuota per allenamento vero e non per gioco: protegge la cornea dal contatto diretto con acqua ipotonica o ipertonica e ti permette di vedere bene senza sottoporre gli occhi a stress ripetuto. Le mermaid professioniste, quando devono esibirsi a occhi nudi per motivi scenici, accettano un compromesso che chi nuota per sé non ha alcun obbligo di accettare. Se noti rossore persistente, sensazione di corpo estraneo o fotofobia (fastidio anomalo alla luce) nei giorni successivi a un’esposizione ripetuta, non è più una questione di allenamento: sono i sintomi tipici di una cheratite, un’infiammazione della cornea che in oftalmologia si associa proprio a microtraumi ed esposizioni prolungate senza protezione, e che merita un controllo, non altri tentativi di desensibilizzazione. Tra questi rischi rientra anche la secchezza oculare cronica in chi frequenta piscine clorate con costanza, perché il cloro altera nel tempo la qualità del film lacrimale oltre a irritarlo nell’immediato. Allenarsi a tenere gli occhi aperti sott’acqua, insomma, si può: ma va trattato come un adattamento progressivo del tuo corpo, non come una sfida a chi resiste di più al bruciore.

Fonti