Mozilla accetta le donazioni in Dogecoin e scatena la bufera

La discussione sull’impatto ambientale delle criptovalute torna nuovamente ad infiammarsi. Stavolta l’incendio è divampato a seguito di una decisione molto controversa assunta da Mozilla. L’organizzazione no profit delegata allo sviluppo del browser Internet Firefox ha infatti deciso di accettare donazioni in Dogecoin, annunciandolo su Twitter.
Una mossa che ha presto dato vita ad una vera battaglia campale, nella quale è entrato a gambe unite Jamie Zawinski, ovvero il cofondatore di Mozilla. Proprio lui, infatti, ha affermato che tutti coloro che sono implicati nel progetto dovrebbero vergognarsi profondamente per la decisione assunta. Il motivo è da ricercare proprio nella collaborazione con “i truffatori in stile Ponzi che stanno incenerendo il pianeta”. Parole durissime, le quali sembrano però aver dimenticato che l’organizzazione sin dal 2014 accetta donazioni in denaro virtuale. Zawinski è comunque parzialmente scusato in tal senso, avendo abbandonato Mozilla nel 1999.

La risposta di Mozilla alle accuse

Le accuse piovute su Mozilla non hanno comunque lasciato indifferenti i vertici, spingendoli a stoppare le donazioni in criptovaluta. Tutto risolto? Non proprio, perché nella battaglia sono presto arrivati i rinforzi per gli asset digitali.
Tra i quali un ruolo di spicco è stato assunto dal cofondatore di Dogecoin, Billy Markus. Proprio lui ha consegnato a Twitter un messaggio inequivocabile: “Grazie per aver ceduto a una mafia ignorante e reazionaria di Internet.” Un messaggio inequivocabile rafforzato da un’altra considerazione: aspettate che i ragazzi (il riferimento è probabilmente a Friday’s for Future, il movimento ispirato da Greta Thunberg) vengano a conoscenza del costo ambientale dei dollari di carta e dell’intera infrastruttura bancaria, chissà se avranno la stessa reazione di fastidio mostrata nei confronti del denaro virtuale. Una risposta effettivamente molto calibrata.

Dov’è la ragione? Forse da entrambe le parti

La stoccata di Billy Markus non è certo infondata. Già alcuni rapporti pubblicati hanno messo in evidenza come l’impatto ambientale del sistema bancario tradizionale sia molto maggiore di quello del settore crypto. Sin qui il cofondatore di DOGE ha sicuramente ragione.
Al tempo stesso, però, occorre riconoscere che l’impatto ambientale di Bitcoin e altre blockchain basate sull’algoritmo di consenso Proof-of-Work è molto elevato. Anche perché si fonda sull’utilizzo di elettricità prodotta con l’impiego di fonti fossili. Secondo i ricercatori dell’Università di Cambridge solo il 39% dell’energia impiegata nel mining proviene da fonti rinnovabili. L’impatto, quindi, c’è e ha precise conseguenze da un punto di vista ambientale. La cosa realmente fastidiosa, però, è da individuare nel fatto che dell’impatto ambientale del denaro tradizionale nessuno ha mai parlato nel corso del tempo.

La risposta è nelle fonti rinnovabili e nel Proof-of Stake?

Il Bitcoin non è il solo ad essere in stato di accusa. Se BTC consuma circa 120 terawattora di energia ogni anno, Ethereum si ferma poco sotto, a quota 105. Si tratta di dati in effetti enormi, tali da superare il consumo elettrico annuale di molti Paesi del globo. Ne risulta l’emissione di gas serra equivalenti al consumo di elettricità di 9,3 milioni di abitazioni, a 57,1 miliardi di libbre di carbone bruciato o a 130 miliardi di miglia percorse da un’autovettura media.
Occorre quindi che anche il mondo crittografico si assuma impegni sotto questo punto di vista. In particolare utilizzando l’energia prodotta da fonti rinnovabili e convertendosi al Proof-of-Stake, molto meno energivoro di PoW. Una parte già lo ha fatto, riunendosi nel Bitcoin Mining Council, associazione promossa da Elon Musk. Ora, però sarebbe il caso di accelerare per iniziare a dare risposte precise alle preoccupazioni degli ecologisti.

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