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Il monte che sembra respirare: la montagna abruzzese che da secoli racconta la stessa storia

Non serve andare in Umbria a cercare il borgo dove la montagna sembra viva. Da Pescara basta girarsi verso l’interno in una giornata limpida d’inverno: quella sagoma all’orizzonte, per chiunque sia nato qui, non è un massiccio. È una donna distesa.

La Bella Addormentata, la leggenda che si vede a occhio nudo

Il profilo del Gran Sasso, guardato dalla costa e dalla fascia collinare, disegna la figura di una donna sdraiata: la testa, il seno, le gambe che si allungano verso sud. È il motivo per cui in Abruzzo la montagna più alta dell’Appennino si chiama, da sempre, la Bella Addormentata.

Le leggende su di lei sono più d’una e cambiano da paese a paese, come succede a tutte le storie che si tramandano a voce. La più diffusa racconta di una fanciulla addormentata per un incantesimo, vegliata dal gigante di pietra che le sta accanto. Non c’è una versione ufficiale, e la cosa bella è proprio questa: ogni valle racconta la sua.

La stessa cosa succede con la Majella, che chi la guarda da est chiama il gigante dormiente, e che da sempre è considerata la montagna madre: non per modo di dire, visto che nei suoi eremi e nelle sue grotte l’uomo vive da millenni.

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Dove si vede meglio

  • Dalla costa, d’inverno. Dopo una perturbazione, quando l’aria è tersa e la neve disegna i contorni, il profilo si legge dal lungomare di Pescara come da un belvedere.
  • Dalla collina teramana e pescarese. Salendo verso Penne, Loreto Aprutino, Città Sant’Angelo si guadagna la quota che stacca la sagoma dalla foschia.
  • Dalla superstrada per L’Aquila, nei tratti aperti prima di entrare nelle gole: è il punto in cui la montagna cresce di colpo davanti al parabrezza.
  • Dall’altopiano di Campo Imperatore, che è il rovescio della medaglia: da lì la montagna non si guarda più, ci sei dentro.

Santo Stefano di Sessanio, il paese da cui la storia si racconta meglio

A 1.250 metri, sul versante meridionale del massiccio, Santo Stefano di Sessanio è il borgo di pietra che i Medici usarono come base per il commercio della lana carfagna. Quasi abbandonato nel Novecento, oggi è uno dei centri più visitati dell’entroterra, con il recupero delle case in pietra e le viuzze che scendono a gradoni.

È anche uno dei nomi che ricorrono nell’elenco dei borghi abruzzesi certificati, e uno degli esempi più citati di paese tornato in vita dopo lo spopolamento.

Rocca Calascio, dove il paesaggio cambia registro

A venti minuti di strada, Rocca Calascio: la fortezza a 1.460 metri, una delle più alte d’Italia, che si raggiunge solo a piedi negli ultimi minuti di salita. È il posto dove il paesaggio smette di sembrare italiano e diventa qualcos’altro, e ci hanno girato più di un film.

Sotto la rocca c’è il borgo, semiabbandonato per decenni e oggi in parte recuperato, e poco distante la chiesetta ottagonale di Santa Maria della Pietà, che nelle fotografie all’alba è diventata un’icona.

Come organizzare la giornata da Pescara

  • Distanza: circa un’ora e mezza di auto, autostrada fino all’Aquila e poi strade di montagna. Le ultime salite sono strette: in alta stagione conviene partire presto per trovare parcheggio.
  • Quando andare: settembre e ottobre danno luce bassa e aria limpida, i due ingredienti che servono al panorama. In inverno la strada per Rocca Calascio può essere ghiacciata: si controlla prima.
  • Cosa portare: scarpe chiuse per l’ultimo tratto a piedi, una giacca anche d’estate — a 1.400 metri il vento cambia tutto — e acqua, perché fontane lungo il percorso non ce ne sono.
  • Meteo: quello della costa non vale. Le condizioni in quota, stazione per stazione, sono aggiornate qui.
  • Il traforo: per chi passa dall’A24, conviene verificare se ci sono chiusure notturne in corso, come è successo di recente.

Le altre montagne che «sembrano» qualcosa

Il Gran Sasso non è l’unico caso. In Abruzzo la geografia è piena di nomi che descrivono forme: il Corno Grande e il Corno Piccolo, il Dente del Lupo, il Monte Camicia con la sua parete nord verticale. È il modo in cui i pastori nominavano il paesaggio: non con la toponomastica ufficiale, ma con quello che vedevano ogni mattina salendo ai pascoli.

Chi cammina in quota ritrova ancora oggi quei nomi sui cartelli, ed è il segno che quella lingua non si è persa del tutto.

Come si è formata quella montagna

Il profilo che si legge come una figura distesa non è casuale: è il risultato della struttura geologica del massiccio e dell’azione dei ghiacciai quaternari, che hanno modellato circhi, creste e valli sospese. Le rocce sono in prevalenza calcari di origine marina, il che significa che quelle vette, decine di milioni di anni fa, erano fondale.

Sul versante settentrionale sopravvive il ghiacciaio più meridionale d’Europa, oggi ridotto a un piccolo apparato in forte regressione, monitorato ogni anno. È il testimone più diretto di quel passato glaciale, e la sua contrazione è uno degli indicatori locali più leggibili del cambiamento in corso.

Le altre figure che si vedono dalla costa

  • Il profilo della Majella, che da Pescara chiude l’orizzonte a sud-ovest con una linea più massiccia e meno frastagliata.
  • Il Monte Camicia, con la parete nord che è una delle più imponenti dell’Appennino.
  • Il Corno Grande, la vetta più alta, riconoscibile nelle giornate limpide anche da lontano.
  • Il Gran Sasso visto da nord, dove la figura distesa si scompone e la montagna cambia completamente aspetto.

La cosa che sorprende chi arriva da fuori è la distanza: dalla spiaggia si vedono cime che superano i duemilacinquecento metri, e ci si arriva in poco più di un’ora d’auto.

Quando la si vede meglio

Le giornate migliori sono quelle successive a un fronte freddo, con vento da ovest o da nord-ovest, che pulisce l’aria e abbassa l’umidità. Sono più frequenti in autunno e in inverno che in estate, quando la foschia sulla pianura costiera nasconde spesso il profilo.

Le condizioni in quota, la neve e la visibilità cambiano di ora in ora: la pagina con i dati aggiornati è questa, e prima di salire conviene verificare anche quali sentieri sono aperti.

Una giornata sotto la montagna, senza scarponi

Non serve essere escursionisti per usare questo paesaggio. Da Pescara si raggiungono in un’ora e mezza punti panoramici accessibili in auto, borghi in quota, altipiani percorribili su strada. Chi vuole fermarsi a guardare senza camminare trova belvedere attrezzati e paesi che sono essi stessi il punto di osservazione.

La combinazione che funziona meglio in una giornata: salita in mattinata, sosta in un borgo per il pranzo, rientro nel pomeriggio con la luce che cambia sul massiccio. Se si vuole costruire l’itinerario intorno ai centri storici, la mappa dei borghi certificati aiuta a scegliere.

Domande frequenti

Perché il Gran Sasso si chiama la Bella Addormentata?

Per il profilo che il massiccio disegna visto da est: la sagoma di una donna distesa, riconoscibile dalla costa e dalla collina.

Da dove si vede meglio?

Dalla fascia costiera e collinare pescarese e teramana, nelle giornate limpide, soprattutto d’inverno con la neve che marca i contorni.

Quanto ci vuole da Pescara a Rocca Calascio?

Circa un’ora e mezza in auto, con l’ultimo tratto su strade di montagna e una breve salita a piedi.

Rocca Calascio si può visitare in inverno?

Sì, ma la strada può essere innevata o ghiacciata e l’accesso a piedi diventa scivoloso. Conviene verificare le condizioni prima di partire.

C’è un biglietto d’ingresso?

L’area è liberamente accessibile; possono esserci contributi per la visita di specifiche strutture. I borghi, in ogni caso, si girano a piedi senza biglietto.

È adatto ai bambini?

La salita finale è breve ma su terreno irregolare: fattibile con bambini che camminano, difficile con il passeggino.