Se hai mai corso, guardato o solo raccontato una maratona, conosci già la storia: un messaggero greco corre da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria sui Persiani, arriva, grida “Abbiamo vinto” e crolla morto per lo sforzo. Bella immagine. Peccato che non sia quella scritta dal primo storico che ha raccontato quella battaglia.
Perché la maratona si chiama così, la risposta breve
Partiamo dai fatti che nessuno discute. Nel 490 a.C. gli Ateniesi affrontarono e sconfissero l’esercito persiano nella piana di Maratona, una località a nord-est di Atene. Da questo scontro nasce il nome: la gara si chiama così perché lì, in quel luogo, si combatté una battaglia che cambiò la storia greca. Fin qui, commodity puro: te lo dicono tutti, ed è vero.
La parte che di solito si dà per scontata, e che invece merita un chiarimento, riguarda il racconto del messaggero. La versione che hai in testa, quella con la corsa dopo la battaglia e la morte per lo sforzo, non compare nell’opera dello storico che per primo ha documentato quella guerra: Erodoto. Nelle sue Storie, scritte nel V secolo a.C., a distanza di poche decine di anni dai fatti, Erodoto racconta sì di un messaggero di nome Filippide, ma lo fa correre in tutt’altra direzione e in tutt’altro momento: da Atene a Sparta, circa 240 chilometri, per chiedere rinforzi militari prima dello scontro con i Persiani, non dopo la vittoria.
La corsa che tutti conosciamo, quella breve da Maratona ad Atene con il crollo finale, arriva nei testi solo secoli più tardi, grazie ad autori come Plutarco e Luciano di Samosata. Tra il racconto di Erodoto e quello che leggi sui libri di scuola c’è quindi un salto temporale enorme e un percorso completamente diverso.
La gara sportiva moderna nasce da questa leggenda tardiva, non dal racconto originale: fu introdotta ai primi Giochi Olimpici dell’età moderna, ad Atene nel 1896, con un percorso di circa 40 chilometri che ricalcava simbolicamente la tratta Maratona-Atene della tradizione popolare. Il nome “maratona” era già fissato, ma la distanza esatta di 42,195 chilometri che corri oggi arriverà solo più avanti, e per un motivo che non ha nulla a che fare con la Grecia antica.
La leggenda che tutti raccontano non è quella scritta da Erodoto: la corsa che conosciamo compare solo secoli dopo, e la distanza che tutti considerano “storica” nasconde un retroscena che con Filippide non ha niente a che vedere.
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La leggenda del messaggero, cosa dicono le fonti antiche
Se Erodoto non parla mai di quella corsa, da dove salta fuori allora l’immagine che tutti abbiamo in testa? La risposta sta in due autori vissuti secoli dopo la battaglia, che raccontano la vicenda in modo completamente diverso da quello che leggi comunemente. Il primo è Plutarco, filosofo e biografo greco vissuto tra il I e il II secolo d.C., che nella raccolta di scritti noti come Moralia introduce per la prima volta un dettaglio che in Erodoto non esiste: un messaggero che corre da Maratona ad Atene, subito dopo lo scontro con i Persiani, per annunciare la vittoria. È Plutarco a scrivere che l’uomo, arrivato in città, pronuncia il suo messaggio e crolla a terra morto per la fatica. Il secondo è Luciano di Samosata, scrittore satirico dello stesso periodo, che nell’opera Sulla falsa storia riprende una versione molto simile, con qualche variazione sui dettagli e sul nome stesso del protagonista.
Il punto che vale la pena notare è quanto tempo separa questi racconti dai fatti veri. Erodoto scrive a poche decine di anni dalla battaglia, quando testimoni e memorie dirette erano ancora circolanti. Plutarco e Luciano scrivono cinque o sei secoli più tardi, in un’epoca in cui la storia di Maratona era già diventata materiale letterario, buono per essere abbellito, drammatizzato, reso più memorabile. Non stupisce che la versione con la morte eroica del messaggero abbia avuto più fortuna di quella, più asciutta, della corsa verso Sparta per chiedere rinforzi. Una storia con un finale del genere si racconta meglio, si tramanda meglio, resta impressa meglio. Ecco perché quella leggenda, e non il resoconto originale di Erodoto, è arrivata fino a noi e fino ai libri di scuola.
| Fonte | Quando scritta | Cosa racconta |
|---|---|---|
| Erodoto, Storie | V secolo a.C. | Filippide corre da Atene a Sparta per chiedere aiuto, prima della battaglia; nessuna corsa verso Atene dopo la vittoria |
| Plutarco, Moralia | I-II secolo d.C. | Un messaggero corre da Maratona ad Atene dopo la battaglia e muore dopo aver annunciato la vittoria |
| Luciano di Samosata | II secolo d.C. | Versione simile a quella di Plutarco, con dettagli diversi sul nome del messaggero |
Chi era Filippide (o Fidippide)
Sul nome stesso c’è un’incertezza che riflette quanto la figura sia più letteraria che documentata. Nelle traduzioni e nelle fonti compare sia come Filippide sia come Fidippide, e questa doppia grafia non è un errore di trascrizione moderno: nasce già nei testi antichi, segno che anche gli autori greci non avevano un accordo unanime su chi fosse quest’uomo. Nel racconto di Erodoto, Filippide è un professionista della corsa, un emerodromo, cioè un messaggero addestrato a percorrere lunghe distanze in tempi rapidi per conto della città. È un mestiere reale, documentato, e la corsa verso Sparta rientra perfettamente in quel ruolo. Nella leggenda successiva, invece, la figura si trasforma: da funzionario pubblico a eroe tragico, l’uomo che sacrifica la vita stessa pur di consegnare la notizia della vittoria. È un salto di significato prima ancora che di fatti: da racconto di efficienza militare a mito sull’eroismo del corpo umano portato all’estremo. E probabilmente è proprio quel salto, quella trasformazione in simbolo, ad aver reso la leggenda tanto più forte del resoconto originale di Erodoto da sopravvivergli per oltre duemila anni, fino a diventare il nome stesso della gara che oggi conosci.
Perché sono esattamente 42,195 km e non 40
Se la leggenda di Filippide non spiega la distanza esatta che corri oggi, chi l’ha decisa allora? La risposta non arriva dalla Grecia antica, ma da Londra, e non ha niente a che fare con simboli o eroismi. Ai Giochi Olimpici di Atene del 1896 la maratona misurava circa 40 chilometri, una cifra tonda pensata per richiamare la tratta leggendaria tra Maratona e Atene. Per dodici anni quella distanza resta più o meno stabile, con piccole variazioni da edizione a edizione. Poi arriva Londra 1908, e qui la storia cambia per un motivo del tutto pratico.
Il percorso della maratona olimpica doveva partire dal castello di Windsor e concludersi allo stadio di White City. Gli organizzatori decisero di allungare la corsa per far coincidere il traguardo con il palco reale, in modo che la famiglia reale britannica potesse assistere all’arrivo comodamente seduta. Il risultato fu un percorso di 42,195 chilometri, quasi due chilometri e mezzo in più rispetto ai canonici 40 chilometri delle edizioni precedenti. Una scelta logistica, non una misura sacra tramandata dall’antichità: la differenza tra 40 e 42,195 nasce da un palco reale, non da un messaggero greco.
Per anni, dopo il 1908, la distanza esatta delle maratone rimase comunque variabile da gara a gara, senza un vero standard internazionale. Solo nel 1921 la federazione internazionale di atletica leggera, la IAAF (oggi World Athletics), fissò ufficialmente 42,195 chilometri come misura valida per ogni maratona omologata nel mondo. Da quel momento quel numero, apparentemente casuale, diventa la distanza che chiunque affronti una maratona, da New York a Milano, deve percorrere per intero.
Cosa significa oggi per chi corre una maratona
Chi si prepara a correre 42,195 chilometri sa bene che quella cifra pesa, soprattutto negli ultimi chilometri, quando il corpo comincia a chiedere il conto. Sapere che quel numero nasce da un capriccio logistico della famiglia reale britannica, e non da un calcolo legato alla corsa di Filippide, aiuta a guardare la gara con un occhio diverso: quei 2.195 metri extra rispetto ai 40 chilometri originari sono spesso proprio il tratto più duro, quello dove si accusano il “muro” e la fatica accumulata. Se stai pensando di affrontare la tua prima maratona, questo dettaglio storico può essere anche un punto di partenza utile per capire come impostare l’allenamento e gestire il ritmo negli ultimi chilometri.
La prossima volta che qualcuno ti racconterà la storia del messaggero morto dopo aver annunciato la vittoria, potrai aggiungere un dettaglio che quasi nessuno conosce: quel racconto non è nei testi di Erodoto, e la distanza che chiunque corre oggi non ha nulla a che vedere né con Maratona né con Atene, ma con uno stadio londinese e un palco reale del 1908.
- Quanti chilometri sono una maratona esattamente? 42,195 km, distanza fissata nel 1908 a Londra e standardizzata a livello internazionale nel 1921.
- Perché la maratona è 42 km e non 40? Perché nel 1908 a Londra il percorso fu allungato da Windsor Castle allo stadio per far terminare la gara davanti al palco reale, aggiungendo circa 2 km ai 40 originari.
- Chi ha corso la prima maratona della storia? Secondo la leggenda, non presente nel racconto originale di Erodoto, fu il messaggero Filippide, dopo la battaglia di Maratona del 490 a.C.; la prima maratona come gara sportiva fu però quella dei Giochi Olimpici di Atene 1896.