Il ritrovamento a Maratea
Sui fondali di Maratea, la perla del Tirreno lucano, è stata segnalata la presenza di un esemplare di pinna nobilis, la nacchera di mare che oggi in tante zone del Mediterraneo è quasi introvabile. A darne notizia è stata La Gazzetta del Mezzogiorno, che ha riportato il ritrovamento sui fondali del tratto di costa lucana. Non ci sono, al momento, dettagli certi su data precisa, profondità esatta o identità di chi abbia notato l’esemplare: informazioni che, se e quando verranno diffuse ufficialmente, andranno a completare un quadro per ora limitato all’essenziale.
Quello che invece si può dire con sicurezza è perché una notizia così, apparentemente piccola, meriti attenzione. La pinna nobilis non è un mollusco qualunque: è il più grande bivalve del Mediterraneo, capace di superare il metro di lunghezza, e dal 2016 la sua popolazione è stata falcidiata da un’epidemia che in molte aree ha cancellato oltre l’85-90% degli esemplari. Trovarne uno vivo, oggi, in un tratto di mare come quello di Maratea, non è la stessa cosa che trovarlo dieci anni fa: è un evento che va letto nel contesto di una specie che gli scienziati considerano a rischio critico di estinzione. Ed è proprio questo contesto, più che il singolo avvistamento, a rendere la storia interessante.
Ma cosa rende questo mollusco così speciale, e cosa lo ha portato sull’orlo della scomparsa in appena un decennio? La risposta racconta una delle crisi ecologiche meno note del nostro mare.
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Cos’è la pinna nobilis e perché è rara
Per capire la portata del ritrovamento nei fondali di Maratea bisogna partire dalla biologia di questo mollusco, che ha pochi eguali nel Mediterraneo. La pinna nobilis vive infissa verticalmente nel sedimento, con la parte anteriore della conchiglia che spunta dal fondale come una lama scura, spesso ricoperta da alghe e piccoli organismi che la mimetizzano agli occhi di chi nuota in superficie. Cresce lentamente ma può arrivare a vivere diversi decenni, ed è proprio questa longevità a renderla un punto fermo degli ecosistemi di posidonia, le praterie di piante marine che popolano i fondali sabbiosi costieri. L’esemplare segnalato a Maratea si inserisce in questo habitat tipico: acque costiere non troppo profonde, fondali sabbiosi o misti a praterie, condizioni che un tempo rendevano la specie tutt’altro che rara lungo le coste italiane. Per ancorarsi al substrato, la pinna nobilis produce dei filamenti sottilissimi e resistenti chiamati bisso, una struttura che nei secoli è stata anche lavorata artigianalmente per ricavarne tessuti preziosi, tanto da essere conosciuta come “seta di mare”. Oggi quella tradizione è quasi scomparsa insieme alla materia prima che la rendeva possibile.
Se guardiamo alla filiera protezione ambientale in Italia, casi come questo aiutano a capire quanto sia delicato l’equilibrio delle specie marine costiere.
La crisi della specie dal 2016
Fino a una decina di anni fa la pinna nobilis era considerata una presenza comune, anche se protetta, lungo molte coste del Mediterraneo. Poi qualcosa si è rotto. A partire dal 2016 gli scienziati hanno cominciato a registrare un fenomeno di mortalità di massa che si è propagato rapidamente da un bacino all’altro, coinvolgendo in pochi anni pressoché l’intero areale della specie, dalla Spagna alla Grecia, passando per le coste italiane. La causa individuata è un parassita protozoo, l’Haplosporidium pinnae, che colpisce i tessuti dell’animale e ne provoca la morte in tempi rapidi, senza lasciare scampo alla quasi totalità degli individui infettati. Il risultato, documentato dalla letteratura scientifica sul fenomeno, è stato un crollo che in molte aree del Mediterraneo ha superato l’85-90% della popolazione preesistente: numeri che hanno spinto gli enti di tutela a classificare la specie come a rischio critico di estinzione, la categoria più severa prima della scomparsa effettiva. In alcuni tratti di costa, dove un tempo si contavano decine o centinaia di esemplari per chilometro, oggi i ricercatori faticano a trovarne anche solo uno vivo durante intere campagne di monitoraggio. È in questo scenario che va inquadrato ogni singolo avvistamento superstite: non una curiosità isolata, ma un dato che entra a far parte di una mappa scientifica ancora incompleta, costruita esemplare dopo esemplare da chi segue la specie sul campo.
Ma trovare una pinna nobilis viva non basta a metterla al sicuro: c’è una legge precisa che stabilisce cosa si può fare, e cosa no, davanti a un esemplare come quello di Maratea.
Cosa dice la legge e cosa fare se se ne trova una
La pinna nobilis è specie protetta dalla Direttiva Habitat dell’Unione Europea, la 92/43/CEE, che la inserisce nell’Allegato IV tra le specie animali di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa. In Italia la direttiva è stata recepita con il D.P.R. 357/1997, il decreto che ha reso vincolanti anche nel nostro ordinamento i divieti previsti a livello europeo. In pratica questo significa che catturare, uccidere, disturbare o anche solo raccogliere e trasportare un esemplare, vivo o morto che sia, è vietato per legge. Non si tratta di una raccomandazione generica sulla tutela del mare, ma di un obbligo normativo preciso, con sanzioni per chi lo viola.
Chi si imbatte in un esemplare di pinna nobilis durante un’immersione o una nuotata, come potrebbe essere successo a chi ha notato quello segnalato nei fondali di Maratea, dovrebbe limitarsi a osservarlo senza toccarlo né spostarlo, evitando anche di rimuovere sedimento o alghe che lo circondano. La segnalazione va indirizzata alle autorità marittime competenti, come la Capitaneria di Porto, oppure a enti scientifici e associazioni che partecipano ai programmi di monitoraggio della specie nelle aree marine protette italiane: sono proprio queste reti di osservazione, spesso alimentate da segnalazioni di subacquei e pescatori, a permettere agli scienziati di aggiornare la mappa degli esemplari superstiti lungo le coste. Ogni dato raccolto in questo modo, incrociato con quelli di altre zone del Mediterraneo, contribuisce a capire dove la specie stia resistendo meglio all’epidemia e dove invece rischi la scomparsa locale definitiva.
Un segnale di speranza per il Mediterraneo
Sul piano ecologico un ritrovamento come quello segnalato a Maratea ha un valore che va oltre la curiosità del momento. Gli individui sopravvissuti alla moria innescata dall’Haplosporidium pinnae dal 2016 sono oggetto di attenzione perché potrebbero portare una resistenza naturale al parassita, una caratteristica genetica che li ha protetti mentre la maggior parte della popolazione circostante si estingueva. Sono questi esemplari, dispersi lungo coste diverse, a rappresentare oggi la base potenziale per una futura ripresa della specie, ammesso che riescano a riprodursi e a trasmettere quella resistenza alle generazioni successive. Per questo la comunità scientifica considera ogni avvistamento confermato un tassello utile, da monitorare nel tempo per capire se l’esemplare sopravvive, cresce e magari si riproduce nell’area.
Un tratto di costa come quello lucano, meno sfruttato rispetto ad altri litorali del Tirreno, potrebbe offrire condizioni favorevoli proprio perché meno soggetto a pressioni dirette come l’ancoraggio selvaggio o la pesca a strascico, fattori che in passato hanno danneggiato fisicamente molti esemplari indipendentemente dall’epidemia. Se la segnalazione di Maratea troverà conferma nei prossimi rilievi, potrebbe entrare a far parte proprio di quei programmi di monitoraggio che tengono d’occhio i pochi superstiti del Mediterraneo, uno scenario che vale la pena seguire con la stessa attenzione riservata finora a questo primo avvistamento.
Domande frequenti
- Cosa fare se si trova una pinna nobilis in mare? Non toccarla né spostarla: è specie protetta per legge, va segnalata alle autorità marittime o a un ente scientifico competente.
- Perché la pinna nobilis è a rischio estinzione? Dal 2016 un parassita, l’Haplosporidium pinnae, ha causato morie di massa che hanno decimato la popolazione in gran parte del Mediterraneo.
- È vietato raccogliere le pinne nobilis? Sì, la specie è protetta dalla Direttiva Habitat dell’Unione Europea e dalla normativa italiana: cattura e danneggiamento sono vietati.
Piccolo glossario
- Pinna nobilis: grande mollusco bivalve endemico del Mediterraneo, noto anche come nacchera di mare.
- Haplosporidium pinnae: parassita protozoo responsabile della moria di massa della pinna nobilis dal 2016.
- Direttiva Habitat: normativa UE (92/43/CEE) che tutela specie e habitat, inclusa la pinna nobilis nell’Allegato IV.
- Bisso: filamenti sottili e resistenti prodotti dal mollusco per ancorarsi al fondale, storicamente usati per tessuti pregiati.
Le informazioni riportate provengono dalla segnalazione de La Gazzetta del Mezzogiorno sul ritrovamento nei fondali di Maratea, dalla Direttiva Habitat 92/43/CEE e dal D.P.R. 357/1997 per gli aspetti normativi, e dalla letteratura scientifica sulla mortalità di massa da Haplosporidium pinnae nel Mediterraneo dal 2016.