L’Iran chiude 1620 mining farm illegali

Il governo iraniano ha ordinato la chiusura di ben 1620 mining farm illegali. Una decisione la quale è arrivata al termine di un pericolo di sostanziale appeasement tra le autorità di Teheran e l’industria mineraria delle criptovalute. Nel corso del quale il Paese mediorientale era diventato uno dei primi a livello globale a riconoscere la legittimità delle strutture che estraggono denaro digitale, concedendo licenze legali agli operatori che ne hanno fatto richiesta. Nelle quali, con tutta evidenza, non vanno a rientrare, coloro che sono stati oggetto del bando governativo.

Cos’è accaduto in Iran

La notizia è stata pubblicata dal Financial Tribune e sembra non lasciare spazio ad eventuali interpretazioni: ben 1620 mining farm illegali operanti all’interno dell’Iran sono state chiuse dalle autorità. Si tratta quindi di aziende le quali non dispongono di una delle licenze concesse dal governo dopo il luglio del 2019 a coloro che ne hanno fatto regolare richiesta. Le aziende in questione mettono insieme un consumo energetico pari collettivamente a 250 megawatt di elettricità nel corso degli ultimi 18 mesi. La quale doveva essere pagata per intero, senza cioè calcolare le generose sovvenzioni concesse a chi vanti un diritto in tal senso.

I provvedimenti contro le attività illegali

Va peraltro sottolineato come le aziende minerarie colpite dal provvedimento dovranno non solo sottoporsi ad un procedimento giudiziario, ma anche pagare una multa. Quella che sarà elevata a loro danno dalla compagnia elettrica statale Tavanir.
Come affermato da un portavoce dell’azienda, il quale ha ricordato come la stessa sia solita usare il pugno di ferro nei confronti di chi utilizza l’elettricità sovvenzionata senza averne pieno titolo. Come hanno fatto, appunto, le mining farm chiuse dal governo. La multa sarà praticamente il corrispettivo dell’energia utilizzata nel corso dell’attività precedente alla chiusura. Considerati i livelli di consumo in questione, si tratterà comunque di cifre abbastanza ingenti.

Non è un provvedimento contro le criptovalute

Quello adottato dal governo iraniano, comunque, non deve assolutamente essere interpretato alla stregua di un atto di ostilità contro le criptovalute. Le quali sono anzi stata individuate come un efficace strumento teso a contrastare l’embargo statunitense. Come dimostra del resto la decisione presa alla fine del mese di ottobre, con una modifica regolamentare tesa a facilitarne l’utilizzo da parte della Banca centrale dell’Iran (CBI) per le importazioni. La notizia era stata data dall’Agenzia di stampa della Repubblica islamica (IRNA) e affermava come il denaro digitale estratto legalmente in Iran possa essere scambiato solo ove sia utilizzato per finanziare le importazioni da altre nazioni.
Il Paese, peraltro, sta spingendo in direzione di una valuta digitale musulmana. Lo ha fatto in particolare nel corso di una conferenza di area tenutasi in Malesia nel 2019.

Iran: cosa devono fare i minatori, a norma di legge

Sempre nell’ambito di quanto disposto dal nuovo regolamento, le mining farm devono fornire la criptovaluta direttamente alla CBI entro un limite autorizzato. Il quale si basa proprio sul quantitativo di energia sovvenzionata utilizzata dalle aziende minerarie.
Proprio questo dettaglio di non poco conto, in effetti, spiega perché Teheran si dimostri particolarmente dura verso quelle illegali. Una necessità indotta non soltanto dalla difficile situazione creata al Paese asiatico dall’embargo di Washington, ma anche da una serie di episodi del recente passato. Quando addirittura, per cercare di ottenere energia sovvenzionata, alcuni soggetti hanno dato vita a vere e proprie mining farm all’interno delle moschee. Costringendo le autorità ad emettere taglie a favore di chi denunciava le attività illecite.

L’articolo L’Iran chiude 1620 mining farm illegali è apparso per la prima volta su Criptovalute News


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