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Parco della Maiella, se vai verso il Morrone controlla prima i sentieri: l’errore da evitare dopo l’incendio

Se hai in mente un’escursione verso il Morrone in questi giorni, fermati un attimo prima di preparare lo zaino. A un mese esatto dal rogo scoppiato il 10 agosto, la montagna che sovrasta Sulmona e guarda verso Popoli Terme è ancora sotto monitoraggio: non brucia più con le fiamme alte che abbiamo visto a Ferragosto, ma il fuoco cova ancora sotto la superficie, e sul posto restano squadre al lavoro.

Ad oggi la situazione, secondo quanto riportato da IlPescara l’11 settembre, non desterebbe particolare preoccupazione: l’abbassamento delle temperature delle ultime settimane ha raffreddato il terreno e ridotto il rischio di nuove ripartenze. Ma la parola definitiva non è ancora arrivata, perché sull’area del Morrone la pioggia che dovrebbe spegnere per sempre i focolai residui non è ancora caduta, mentre il maltempo imperversa nel resto della regione.

Giovedì 10 settembre ha lasciato il campo l’esercito, in particolare il nono reggimento alpini dell’Aquila, impegnato per una settimana intera a supporto di vigili del fuoco e volontari della protezione civile. Il giorno dopo, venerdì 11 settembre, restavano operative sul posto una squadra di vigili del fuoco e volontari e una squadra dedicata alla movimentazione delle cisterne d’acqua. Nel pomeriggio è stato richiesto anche l’intervento di un elicottero regionale e del più performante Erickson, per spegnere i cosiddetti fumaioli: i punti dove il fumo continua a salire dal terreno, segno che sotto la cenere qualcosa brucia ancora.

Per chi frequenta la zona, il consiglio pratico è semplice: se hai in programma un’uscita verso il Morrone, informati prima presso i canali ufficiali del Parco Nazionale della Maiella sullo stato reale dei sentieri, perché le aree colpite dal rogo restano un cantiere di bonifica, non un percorso escursionistico. Nel resto dell’Abruzzo, va detto, al momento non si registrano altri incendi attivi.

Il rischio di nuove ripartenze oggi è basso, ma non è ancora azzerato: per capire perché, bisogna guardare cosa è successo su questa montagna nelle ultime cinque settimane.

La cronologia, dal 10 agosto a oggi

Per capire perché sul Morrone si continua a lavorare a distanza di un mese, bisogna tornare all’origine e ricostruire come si è arrivati fin qui. L’incendio è divampato il 10 agosto, e nei giorni successivi ha preso una piega che in Abruzzo non si vedeva da tempo: il fronte si è esteso rapidamente tra i territori di Roccacasale, Corfinio e Popoli Terme, con le fiamme che secondo Il Fatto Quotidiano il 18 agosto erano arrivate fino a 500 metri dalle prime abitazioni di Roccacasale. Quel giorno sul campo c’erano sei mezzi aerei, di cui due Canadair, e oltre 100 persone tra vigili del fuoco e volontari, oltre a un mezzo tagliafuoco arrivato appositamente da Roma per mettere in sicurezza il centro abitato, gli allevamenti e i boschi circostanti.

Il 21 agosto sembrava il giorno della svolta. Nel pomeriggio è arrivata finalmente la pioggia, ma si è rivelata un’arma a doppio taglio: il fortissimo vento che l’ha accompagnata, unito alle temperature ancora alte, ha fatto riprendere vigore alle fiamme proprio mentre gli operatori pensavano di avercela quasi fatta. “Oggi ci è caduto il mondo addosso”, ha raccontato un gruppo di operatori all’ANSA, “quando le fiamme sono divampate di nuovo è come se i nostri sacrifici fossero andati in fumo”. I vigili del fuoco hanno dovuto evacuare gli uomini impegnati nello spegnimento via terra, mentre le linee tagliafuoco aperte dall’Esercito nei giorni precedenti hanno permesso comunque di circoscrivere il rogo. Dopo circa dodici giorni di roghi ininterrotti, con oltre 100 addetti tra vigili del fuoco e volontari al lavoro senza sosta, la situazione è tornata sotto controllo ed è cominciata la fase di bonifica delle aree colpite, quella che si è protratta fino alle settimane più recenti.

Da lì in avanti il copione è cambiato: niente più fronti attivi da rincorrere, ma un lavoro paziente di controllo e spegnimento dei punti caldi residui, fino al ritiro dell’esercito il 10 settembre di cui abbiamo già parlato. Se vuoi orientarti sui sentieri di quest’area prima ancora dell’incendio, può essere utile consultare una guida ai percorsi del Morrone e della Majella per farti un’idea della zona che oggi resta interdetta.

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I comuni coinvolti, Roccacasale, Corfinio, Popoli Terme

Il rogo ha attraversato tre territori comunali con caratteristiche diverse tra loro. Roccacasale, piccolo centro aquilano ai piedi del Morrone, è stato quello più esposto al pericolo diretto, con le fiamme che si sono avvicinate pericolosamente alle abitazioni e agli allevamenti. Corfinio, poco distante, condivide con Roccacasale i versanti aquilani della montagna dove il fuoco ha lavorato più a lungo. Popoli Terme, sul lato pescarese, rappresenta invece il punto di osservazione più frequentato da chi arriva da Pescara e dalla valle del Pescara per inoltrarsi verso la Majella: è anche il comune dal quale molti escursionisti hanno sempre preso le mosse per le salite verso il Morrone, ed è quindi il primo a cui guardare per capire quando la situazione tornerà alla normalità.

Ma quanto ci vorrà perché i sentieri tornino praticabili, e cosa cambia per chi ha in programma un’escursione da queste parti?

Quando si potrà tornare sui sentieri del Morrone

Nessuno, al momento, si sbilancia su una data di riapertura per i sentieri che attraversano l’area bruciata. E c’è un motivo tecnico preciso, che va oltre la semplice cautela burocratica: un bosco appena passato dal fuoco non è solo annerito, è reso instabile. Le radici che tenevano insieme il terreno sui versanti più ripidi del Morrone sono in parte carbonizzate, e questo significa che il suolo perde la capacità di assorbire e trattenere l’acqua come faceva prima del rogo.

È un aspetto che riguarda proprio la pioggia che tutti aspettano per spegnere i fumaioli. Le precipitazioni intense che serviranno a chiudere definitivamente la partita con il fuoco sono anche quelle che, su un pendio denudato dalla vegetazione, possono innescare colate di fango e piccole frane nei mesi successivi a un incendio esteso: un fenomeno noto agli enti che gestiscono i parchi appenninici, non un’ipotesi legata a questo singolo episodio. Per questo, prima di riaprire un percorso, chi si occupa della montagna deve verificare non solo che non ci siano più braci sotto la cenere, ma anche che i versanti non rischino di franare al primo temporale forte.

Se ti capita di passare in zona nelle prossime settimane, magari sulla strada tra Sulmona e Popoli Terme, guarda con attenzione cosa resta visibile: tronchi anneriti fino a diversi metri di altezza, terreno che in alcuni tratti appare ancora fumante o cedevole al passo, transenne e cartelli di divieto lungo gli accessi più vicini all’area colpita. Sono segnali concreti, più affidabili di qualunque previsione sui tempi di riapertura.

La prudenza, in questo caso, non è un eccesso di zelo. Camminare su un pendio bruciato di recente significa muoversi su un terreno che può cedere in modo diverso da come ti aspetti, con radici carbonizzate che non reggono più il tuo peso e rocce smosse dal calore che possono franare al minimo contatto. Conviene aspettare che sia la montagna stessa, con il tempo e con la pioggia che ancora manca, a dire quando è di nuovo il momento di tornarci.

Fonti