Qualcuno ti dice «in bocca al lupo» prima di un esame e tu rispondi «grazie». Mezzo secondo di silenzio, e c’è sempre chi ti corregge. La formula giusta è un’altra, e in una regione dove il lupo non è mai stato una figura da favola la faccenda ha anche una spiegazione più concreta del solito.
La risposta è «crepi il lupo» (ma non è l’unica)
La tradizione vuole «crepi il lupo», o semplicemente «crepi». Negli ultimi decenni si è diffusa anche la variante gentile «viva il lupo», nata fra chi trovava fuori luogo augurare la morte a un animale protetto. Vanno bene entrambe. Quello che per scaramanzia non si dice è «grazie»: ringraziare, nella logica di questi auguri, annulla l’effetto.
Vale lo stesso per «in culo alla balena», a cui si risponde «speriamo che non caghi», e per l’augurio teatrale «merda», a cui non si risponde affatto. Sono tutte formule costruite per allontanare il malaugurio nominandolo: dirlo ad alta voce, secondo la superstizione, lo disinnesca.
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Perché proprio il lupo, e perché qui pesa di più
L’origine più accreditata dell’espressione è pastorale e venatoria: la bocca del lupo è il posto peggiore in cui trovarsi, quindi augurare di finirci è un augurio rovesciato, come tanti nella cultura popolare. Esiste anche una lettura opposta, più tarda, che vede nella bocca della lupa il luogo dove i cuccioli vengono trasportati al sicuro. Gli studiosi propendono per la prima.
In Abruzzo il lupo non è un simbolo astratto: è l’animale che i pastori hanno combattuto per secoli lungo i tratturi, e che nel Novecento ha rischiato di sparire dall’Italia prima che i parchi nazionali ne fermassero il declino. Il cane da pastore abruzzese, bianco e massiccio, è stato selezionato proprio per stargli davanti. Quando qui si nomina il lupo, si nomina qualcosa che esiste ancora: sui monti se ne parla, e ogni tanto lo si avvista anche a poca distanza dalla città.
Le scaramanzie di casa che ancora si rispettano
Molte non hanno nome, si fanno e basta. Le più diffuse fra Pescara e l’entroterra, con la spiegazione che di solito non si racconta:
- Il pane non si mette capovolto sul tavolo. La versione tramandata è religiosa: il pane è sacro. Quella storica è più prosaica: nei paesi il pane rovesciato era quello riservato al boia, che nessuno voleva toccare per sbaglio.
- Il sale rovesciato porta male, e si rimedia gettandone un pizzico dietro la spalla sinistra. Nasce da quando il sale era caro e sprecarlo era un danno vero.
- Gli auguri non si fanno in anticipo, né di compleanno né di buon viaggio: anticipare è dare per fatta una cosa che non è ancora successa.
- Non si passano oggetti appuntiti di mano in mano: forbici, coltelli e aghi si appoggiano e l’altro li prende. Qui la ragione pratica è evidente, la scaramanzia è arrivata dopo.
- Il primo che entra in casa l’anno nuovo conta: in molti paesi si preferisce che sia un uomo, e che porti qualcosa in mano.
- Non si aprono gli ombrelli in casa e non si mettono cappelli sul letto: entrambe hanno a che fare con oggetti che, in passato, si associavano a malattia o lutto.
I gesti, che valgono più delle parole
Accanto alle formule ci sono i gesti muti, che si fanno senza interrompere la frase: toccare ferro (al Nord si tocca legno), incrociare le dita, il segno delle corna tenuto basso. Sono tutti modi per «scaricare» una frase che si teme abbia richiamato la sfortuna.
Il più abruzzese di tutti è forse il gesto che accompagna una buona notizia: si dice, e subito si aggiunge un tocco al tavolo. Nessuno lo commenta, tutti lo notano.
Le formule che si usano ancora in dialetto
Restano gli auguri e le esclamazioni che nessuno traduce mai. «Mannaggia», che come raccontiamo nel pezzo sui modi di dire abruzzesi nasce da «mal ne aggia», cioè «che ne abbia male». «Salute» dopo lo starnuto, con la risposta di rito. E le formule di benedizione che gli anziani rivolgono ai nipoti quando partono, che in molte famiglie sono l’ultima cosa detta prima di chiudere la porta.
Il confine con il malocchio
Le scaramanzie sono gesti collettivi e leggeri: si fanno per abitudine, spesso ridendoci sopra. Un gradino più in là c’era — e in parte c’è ancora — la segnatura contro il malocchio, che era una pratica seria, riservata a poche persone e circondata di regole. Ne parliamo in un pezzo dedicato: è la stessa cultura, ma un altro registro.
Quanto conta sbagliare
Poco, onestamente. Nessuno ti terrà il muso per un «grazie» di troppo, e chi si offende per una scaramanzia ha problemi più seri. Ma queste formule sono l’ultimo pezzo di lingua parlata che si tramanda intatto da generazioni: conoscerle è come sapere il nome delle strade del proprio paese.
Le formule che cambiano con l’occasione
| Situazione | Cosa si dice |
|---|---|
| Esame, prova, colloquio | «In bocca al lupo», risposta «crepi» |
| Spettacolo, esibizione | Formule di teatro, mai auguri diretti |
| Viaggio | Auguri espliciti, senza scaramanzia |
| Nascita e battesimo | Formule di protezione, nastro rosso, gesti familiari |
| Nuova casa o nuova attività | Sale sulla soglia, benedizione, oggetti portafortuna |
La regola che le unisce è la stessa: non si nomina la cosa buona che si desidera, si nomina il pericolo e lo si esorcizza. È un meccanismo linguistico documentato in mezza Europa.
Perché a Pescara e in Abruzzo pesano più che altrove
La densità di formule e gesti scaramantici è più alta dove l’economia dipendeva da eventi fuori controllo: il raccolto, il tempo, il mare. Una regione fatta di agricoltura di montagna, pastorizia e pesca costiera aveva tre attività su tre esposte all’imprevedibile, e ha sviluppato un repertorio ricchissimo.
La pesca, in particolare, ha una tradizione di divieti verbali severa: parole che non si dicono a bordo, cose che non si fanno prima di uscire. È un patrimonio ancora vivo fra i pescatori della costa, e non è considerato folclore da chi lo pratica.
Il confine con la superstizione, e con il malocchio
Rispondere «crepi» è un automatismo sociale: nessuno crede a un lupo. Altre pratiche, come il rito dell’olio nell’acqua, hanno invece una struttura rituale vera, con formule tramandate e regole di trasmissione: ne abbiamo parlato in un pezzo dedicato.
La distinzione utile è questa: le formule di augurio appartengono alla lingua e alla cortesia, i riti appartengono a un sistema di credenze. Le prime sopravvivono benissimo anche a chi non crede a nulla, le seconde no.
Quello che resta nella lingua di tutti i giorni
Molte espressioni che si usano al bar e in ufficio vengono da lì: modi di dire costruiti su gesti scaramantici, verbi che indicano scongiuri, formule accorciate di cui si è persa l’origine. Chi le usa non ci pensa, ed è proprio questo che le ha conservate.
Ne abbiamo raccolte diverse fra i modi di dire abruzzesi e fra le parole che l’italiano non traduce. E se vuoi metterti alla prova su dialetto, tradizioni e curiosità della regione, c’è il quiz della settimana.
Domande frequenti
Si può rispondere «grazie» a «in bocca al lupo»?
Nell’uso comune ormai nessuno se ne ha a male, ma per tradizione la risposta corretta è «crepi il lupo» o «viva il lupo».
«Viva il lupo» è sbagliato?
No, è una variante recente e accettata, nata per non augurare la morte a un animale protetto. Convive con la formula classica.
Da dove viene l’espressione?
Dall’ambito pastorale e venatorio: è un augurio rovesciato, che nomina il pericolo per allontanarlo. È lo stesso meccanismo di altre formule scaramantiche italiane.
Perché non si ringrazia?
Perché nella logica scaramantica il ringraziamento chiude il gesto e ne annulla l’effetto protettivo. È una convenzione, non una regola linguistica.
Le scaramanzie sono uguali in tutto l’Abruzzo?
Le principali sì, ma cambiano dettagli e formule da paese a paese, soprattutto fra la costa e l’entroterra montano.
Il lupo in Abruzzo è pericoloso per l’uomo?
Gli attacchi all’uomo sono rarissimi. Il lupo è specie protetta e schiva: i problemi riguardano semmai gli allevamenti, ed è per questo che il cane da pastore abruzzese resta uno strumento di lavoro attuale.
E se vuoi vedere quanto ne sai, il quiz della settimana è lì apposta.


