Fiabe, riconosci questo trope nei film che guardi con i bambini: i personaggi vogliono scappare dalla storia

Cos’è il “Fiabexit” e perché se ne parla

Sei sul divano, il bambino accanto a te con gli occhi incollati allo schermo, e a un certo punto il principe azzurro di turno guarda in camera come per dirti: “io di questa storia ne ho abbastanza”. Ti è mai capitato di pensarlo guardando un fantasy in famiglia? Non è un’impressione tua. C’è un nome per questo, ed è nato da un gioco di parole azzeccato: “Fiabexit”, coniato da un articolo di Taxidrivers.it dal titolo “Fiabexit, quando i personaggi delle fiabe cercano di fuggire dalla realtà”. Fiaba più Brexit, cioè via d’uscita: il trope (uno schema narrativo che si ripete, riconoscibile, quasi un marchio di fabbrica) dei personaggi da fiaba che tentano di scappare dalla propria storia.

L’idea, in due righe, è questa: principesse, orchi, streghe e cavalieri che non si accontentano più del copione scritto per loro. Vogliono uscire dal libro, letteralmente o in senso figurato. Vogliono un destino diverso da quello che il narratore ha già deciso secoli fa. È un meccanismo semplice da spiegare ma potente da vedere in scena, perché rovescia il patto classico della fiaba: di solito è il lettore (o lo spettatore) a entrare nel mondo incantato, qui invece è il mondo incantato a voler entrare nel nostro, o a voler smontare se stesso dall’interno.

Perché se ne parla proprio adesso? In parte per moda: fantasy, riscritture e remake sono ovunque, dal cinema alle serie, e il pubblico ha imparato ad amare le storie che si guardano allo specchio invece di raccontarsi in modo lineare. In parte perché il gioco di parole funziona: “Brexit” resta nella memoria collettiva come sinonimo di rottura, di scelta di andarsene, e applicarlo a Cenerentola o al Gatto con gli Stivali strappa un sorriso e fa capire subito il concetto anche a chi non ha mai sentito la parola “metafiction”.

Il punto, per chi guarda film e serie con i bambini, è che questo trope non è un dettaglio da critici cinematografici: è un ingrediente che ormai ritrovi in tantissimi titoli pensati proprio per il pubblico famiglia, spesso senza che tu ci faccia caso mentre segui la trama.

Se hai notato che i film di fiabe più recenti sembrano tutti “stanchi” del lieto fine, non è un caso.

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Gli esempi che conosci già (senza saperlo)

Prendi Shrek. Il primo film, uscito nel 2001, non fa altro che questo per novanta minuti: prende Cenerentola, Biancaneve, i tre porcellini, Pinocchio, li ammassa in un’unica palude e li fa ribellare al ruolo che il pubblico si aspetta da loro. L’orco protagonista non vuole salvare la principessa secondo copione, la principessa non vuole essere salvata secondo copione, e il franchise intero costruisce la sua identità rompendo continuamente la quarta parete (il momento in cui un personaggio ammette, con lo sguardo o con una battuta, di sapere di essere dentro un film). Ogni gag di Shrek che ti ha fatto ridere da bambino o da genitore funzionava proprio su questo: la fiaba che si prende gioco di se stessa mentre la stai guardando.

Poi c’è Enchanted, il film Disney del 2007, che il trope lo prende alla lettera: la principessa Giselle viene catapultata fuori dal suo regno animato e finisce nella New York vera, con i marciapiedi, il traffico e un avvocato scettico al posto del principe. Qui la fuga dalla storia non è una metafora, è un tombino che si apre e la butta fuori. È lo stesso meccanismo di Fiabexit portato al limite: il personaggio non aggira il proprio destino restando dentro la fiaba, esce fisicamente dal genere per cui è stato scritto.

E se in casa avete divorato una stagione dietro l’altra di Once Upon a Time (la serie ABC andata in onda dal 2011 al 2018), il concetto lo conoscete già a memoria senza averlo mai chiamato così: l’intera premessa dello show è che i personaggi delle fiabe classiche vengono strappati dal loro mondo e intrappolati in una cittadina americana, Storybrooke, dove vivono con un’identità e una memoria diverse dalle proprie. Sette stagioni costruite sull’idea che la fiaba non basti più a se stessa, che debba scontrarsi con qualcos’altro per avere senso. Se cerchi altri titoli che giocano con lo stesso registro di riscrittura fiabesca, su Taxidrivers.it trovi diverse recensioni dedicate proprio a questo filone.

Perché il pubblico ama vedere le fiabe “evadere”

Ti sarai chiesto perché uno schema così ripetuto continui a funzionare invece di stancare. La risposta ha a che fare con qualcosa che riguarda te più della fiaba in sé: il desiderio di vedere qualcuno che riscrive il proprio destino, invece di subirlo. La fiaba classica funziona per ripetizione, il male viene punito, il bene vince, tutti vivono felici e contenti: rassicurante, ma anche prevedibile fino all’ultima virgola. Il personaggio che prova a scappare da quella struttura offre qualcosa che la fiaba tradizionale non promette, la possibilità che il finale non sia già scritto.

C’è poi un piacere più semplice, quasi infantile nel senso migliore del termine: riconoscere il trucco. Quando un bambino vede Shrek fare l’occhiolino allo spettatore, o Giselle scoprire che a New York i principi non salvano nessuno da soli, sta imparando a distinguere la finzione dalla realtà proprio mentre la finzione gliela mostra in scena. Per un adulto che guarda lo stesso film, l’effetto è diverso ma parallelo: è il piacere di vedere smontato un meccanismo che conosci a memoria da quando eri piccolo tu.

Riconoscere questi segnali ti aiuta a scegliere cosa guardare con i bambini, sapendo cosa aspettarti.

La metafiction, quando la storia sa di essere una storia

destino invece di subirlo, ed è proprio qui che il meccanismo diventa qualcosa di più tecnico di quanto sembri a prima vista. Gli addetti ai lavori lo chiamano metafiction: una storia che a un certo punto smette di fingersi vera e ammette, con un gesto o una battuta, di sapere di essere una storia. Non basta che un personaggio si ribelli al proprio ruolo, come nel caso classico dell’orco o della principessa stanca del copione. Perché scatti la metafiction serve un secondo passaggio, più sottile: il racconto deve mostrarti di conoscere le proprie regole, e poi romperle davanti ai tuoi occhi. È la differenza tra un personaggio che dice “non voglio più fare la principessa” e un personaggio che dice “so di essere in una fiaba, e questa fiaba mi va stretta”. Il primo caso è ribellione dentro la trama. Il secondo è la trama che si guarda dall’esterno, come se per un attimo si staccasse da se stessa. Questo doppio livello spiega perché il Fiabexit funziona così bene sui bambini quanto sugli adulti seduti accanto a loro sul divano: il piccolo ride per la gag, il genitore coglie il gioco di sponda con la fiaba originale che ha in testa da quando era piccolo lui. Sono due letture sovrapposte nello stesso fotogramma, e proprio questa doppiezza tiene incollati due pubblici diversi con lo stesso film.

Cosa dice questo trend di noi spettatori oggi

Chiediti allora perché proprio ora, con tutto quello che guardiamo, un pubblico smaliziato continui a innamorarsi di storie che ammettono candidamente di essere finte. La risposta più onesta è che non ci accontentiamo più di una narrazione che ci parli dall’alto, con la morale già decisa e il lieto fine obbligato. Vogliamo intuire il meccanismo, vederne gli ingranaggi, e insieme continuare a lasciarci commuovere: due desideri che sembrerebbero incompatibili e che il Fiabexit riesce invece a tenere insieme nello stesso racconto. Provaci tu stesso, la prossima volta che guardi un fantasy per famiglie: conta quante volte un personaggio accenna, anche solo con lo sguardo, di sapere di essere dentro una fiaba. Probabilmente più di quante te ne accorgi mentre segui la trama distratto dal popcorn. Questo bisogno di narrazioni che si interrogano su se stesse non nasce dal nulla: è lo stesso impulso che ci fa amare i dietro le quinte, i meme sui film, i contenuti che smontano un capolavoro pezzo per pezzo. Vogliamo la magia e vogliamo sapere come è fatta la magia, nello stesso momento, senza scegliere tra le due cose. Il Fiabexit, in fondo, non è che la versione fiabesca di questo doppio sguardo: la fiaba che ti incanta e insieme ti strizza l’occhio, dicendoti che anche lei, in fondo, avrebbe voglia ogni tanto di scrivere un finale diverso.

Fonti