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Spiagge a Vasto, anche se Libertini è poco conosciuta puoi raggiungerla a piedi da Punta Penna: come si fa

C’è un tratto di costa vastese che quasi tutti guardano dal finestrino dell’auto, di corsa verso il porto o verso la Riserva di Punta Aderci, senza fermarsi mai. È Punta Penna, e se ti fermi scopri che dietro quel faro bianco e rosso si nasconde una storia fatta di orgoglio ferito, soprannomi pungenti e una spiaggia con un nome che sembra uscito da un romanzo.

Il faro di Punta Penna e la beffa del 1906

Il faro che oggi domina la punta più a nord del litorale di Vasto venne costruito nel 1906, e a volerlo fu il deputato vastese Francesco Ciccarone, che si spese perché la sua città avesse un’opera capace di segnare il porto e la costa. I vastesi, però, sognavano qualcosa di più grande: un vero porto commerciale, quello che avrebbe portato traffici, lavoro, sviluppo.

Il Governo dell’epoca decise diversamente. Scelse di costruire il porto a Ortona, lasciando a Vasto soltanto il faro. Una scelta che sul momento dev’essere sembrata una beffa bella e buona, se pensi a quanto ci si era spesi per ottenere qualcosa di più sostanzioso.

E infatti i vastesi, che con la battuta pungente ci sanno fare da sempre, non se lo lasciarono scappare: guardando il faro appena inaugurato, mentre il porto vero se lo prendeva la città vicina, commentarono con quella vena sarcastica tutta abruzzese: “Don Francesco voleva la carrozza e gli hanno dato il fanale”.

Una frase che in poche parole racconta tutto: l’ambizione, la delusione, e quella capacità di ridere delle proprie sconfitte che a Vasto, come in tutto l’Abruzzo, resta un tratto identitario. Il faro, va detto, ha comunque fatto la sua parte: è ancora lì, punto di riferimento per chi arriva dal mare e per chi, da terra, cerca il punto più suggestivo da cui guardare il tramonto sull’Adriatico.

Ma quella battuta sulla carrozza e il fanale non è l’unica storia rimasta sepolta in questo angolo di costa: dietro Punta Penna ci sono un centro commerciale scomparso e un borgo che il mare ha inghiottito del tutto.

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Penna Luce e Aspra, i luoghi scomparsi dietro Punta Penna

Chi racconta questo tratto di costa a Vasto lo fa quasi sempre partendo da un nome che oggi non dice più niente a nessuno: Penna Luce. Era un centro commerciale fiorente, un punto di scambio e di vita, oggi restano solo il racconto tramandato e la curiosità di chi si chiede dove fosse esattamente e perché sia sparito. Non è l’unico fantasma di questa punta di costa.

Poco più al largo, davanti al porto di Punta Penna, la tradizione locale colloca Aspra, un antico insediamento che il mare avrebbe sommerso nei secoli. Non un mito qualunque: è uno di quei racconti che a Vasto si tramandano di generazione in generazione, insieme alle storie del faro e della sua beffa. Un borgo intero, inghiottito dalle acque dell’Adriatico, che oggi resta solo nella memoria orale di chi la costa la conosce da sempre.

Se ti stai chiedendo perché nessuno abbia mai scavato per verificare, la risposta è che questa parte di costa continua a restituire sorprese anche in epoca recente. Nella zona industriale di Punta Penna, durante i lavori per un campo fotovoltaico avviati nel 2026, è emersa una necropoli frentana di circa cento sepolture, una scoperta che l’assessore all’Ambiente del Comune di Vasto ha definito di grande rilevanza per la città. Non è la stessa storia di Aspra, ma racconta la stessa cosa: sotto la sabbia e sotto l’acqua di questa punta di costa, la storia continua a nascondersi in strati che nessuno ha ancora finito di leggere.

Come arrivare alla spiaggia di Libertini

Dal faro, la costa non finisce. Prosegue verso sud in un arenile misto di sassi e sabbia che i vastesi chiamano Libertini, naturale continuazione della spiaggia di Punta Penna. Non serve un sentiero segnalato o un parcheggio dedicato: basta lasciare l’auto nei pressi del faro e proseguire a piedi lungo la battigia, tenendo il mare alla tua sinistra.

È un tratto che nessuna guida turistica segnala con particolare enfasi, e forse è proprio questo il motivo per cui resta uno dei pochi angoli della costa vastese ancora poco battuti, soprattutto se lo confronti con la vicina Riserva Naturale di Punta Aderci, molto più conosciuta e frequentata soprattutto in piena estate. Qui, invece, il paesaggio si fa più isolato, più silenzioso, quasi sospeso tra il faro alle spalle e la costa che si allunga verso sud.

Camminare fino a Libertini significa lasciarsi alle spalle il viavai del porto e ritrovarsi in un tratto di arenile che ha conservato, nel nome oltre che nell’aspetto, qualcosa di appartato. E proprio quel nome, Libertini, nasconde una storia che nessun cartello racconta.

Perché si chiama proprio così, e cosa c’entrano le suore del vicino Palazzo della Penna: è la parte più curiosa di tutta questa passeggiata lungo la costa.

La leggenda delle suore e l’origine del nome Libertini

…conservato, nel nome oltre che nell’aspetto, qualcosa di appartato, quasi segreto. E non è un caso: dietro la parola Libertini si nasconde una storia che a Vasto si racconta a voce, di padre in figlio, da chissà quante generazioni.

Non esiste un documento ufficiale che la certifichi, nessun atto notarile o registro comunale che ne fissi la data. È tradizione orale pura, di quelle che sopravvivono proprio perché nessuno le ha mai messe per iscritto, e che Alessandro Cianci, lo studioso che accompagna il racconto della costa vastese in “A spasso lungo la costa”, ha raccolto insieme alle altre storie di questo tratto di litorale.

La versione tramandata dice questo: poco distante da qui sorgeva il Palazzo della Penna, e le suore che lo abitavano, quando volevano allontanarsi dagli sguardi e dalle regole rigide della vita religiosa, raggiungevano proprio questo tratto di arenile isolato. Qui, lontano da occhi indiscreti, si toglievano le vesti ingombranti dell’abito e si concedevano un momento di libertà vera, fisica prima ancora che spirituale.

Da quell’usanza, tramandata di bocca in bocca, sarebbe nato il nome che oggi porta la spiaggia: Libertini, dal gesto di “mettersi in libertà” lontano dal convento e dalle sue regole. Prova a immaginare la scena: un gruppo di donne che approfitta della solitudine di questo angolo di costa per un momento che oggi definiremmo di semplice libertà, ma che secoli fa doveva avere il sapore di una piccola trasgressione.

Non sapremo mai se le cose siano andate esattamente così. Manca la prova scritta, manca il documento che chiuderebbe la questione una volta per tutte. Ma è proprio l’assenza di certezze a rendere questo racconto parte viva della memoria vastese, al pari della battuta sul fanale al posto della carrozza o dei racconti su Penna Luce e Aspra.

Sono tutte storie diverse, nate in epoche diverse, eppure legate dallo stesso filo: quello di una costa che ha sempre avuto qualcosa da raccontare, anche quando il resto del mondo guardava altrove, verso il porto di Ortona o verso le spiagge più affollate della Riserva. Camminare da Punta Penna fino a Libertini, oggi, significa anche questo: ripercorrere con i piedi nudi sulla sabbia un pezzo di memoria che a Vasto nessuno ha mai smesso di raccontare.

Fonti