Exchange criptovalute: tutti quelli sudcoreani potrebbero essere chiusi

Com’è noto, la Corea del Sud ha deciso di darsi una serie di nuove regole in relazione alle criptovalute. L’ultimo provvedimento in tal senso è stato quello relativo all’imposizione di una tassa sui guadagni derivanti dalla compravendita di asset digitali, annunciato pochi giorni fa da Hong Nam-ki, Ministro delle Finanze del governo di Seul.
Un provvedimento indicato come indispensabile e che è in pratica l’ultimo atto di una vera e propria offensiva in atto in Corea del Sud. Tesa a mettere ordine in un settore cresciuto in maniera spesso caotica, proprio contando sull’assenza di un quadro normativo ben preciso. Per quanto riguarda le possibili conseguenze di questo nuovo impianto legislativo, nelle ultime ore ha fatto notevole rumore una dichiarazione di Eun Sung-soo, presidente della Financial Services Commission (FSC).

La dichiarazione di Eun Sung-Soo sugli exchange

Tutti gli exchange di criptovaluta presenti in Corea del Sud, circa 200 al momento,  potrebbero essere chiusi. Lo ha affermato il numero uno della Financial Services Commission, Eun Sung-Soo nel corso di una riunione del Comitato per gli affari politici dell’Assemblea nazionale tenutosi nel corso della passata settimana.
Lo stesso Eun Sung-Soo ha poi spiegato che le piattaforme in questione devono essere registrate presso l’FSC ai sensi dello Special Funds Act (Act on Reporting and Using Specified Financial Transaction Information) appena riveduto. Il problema è che, al momento, nessun operatore di borsa ha presentato la domanda. In considerazione del fatto che nessuna società è stata registrata, gli exchange potrebbero essere chiusi nel mese di settembre.

Perché proprio settembre?

Il disegno di legge che è andato a modificare la normativa già esistente sui fondi speciali è entrato in vigore il 25 marzo. E le sue disposizioni saranno applicate a partire dal prossimo 24 settembre. Ovvero quando scadrà il periodo di sei mesi previsto per la sua messa a regime.
L’emendamento richiede in particolare che i fornitori di criptovaluta, comprese le piattaforme di scambio, soddisfino alcuni requisiti. Come l’ottenimento della certificazione del sistema di gestione della sicurezza delle informazioni (ISMS) e l’emissione di account con nome reale. Molte di queste strutture temono però di non essere in grado di soddisfare i requisiti. Soprattutto per quanto concerne gli account con nome reale. Da qui la previsione di Eun Sung-Soo, la quale prefigura una situazione clamorosa.

L’atmosfera intorno al denaro digitale sta mutando in Corea del Sud?

Quella messa in atto dal governo di Seul sembra una vera e propria stretta sulle criptovalute. Dimostrata non solo dai tanti provvedimenti messi in atto nel corso degli ultimi mesi, ma anche dal recente sequestro di circa 25 milioni di dollari in asset digitali da parte del dipartimento delle tasse del governo metropolitano di Seul. Un atto che è andato a colpire centinaia di investitori i quali non avevano provveduto a regolarizzare la propria posizione nei confronti del fisco.
Una stretta che conferma del resto i timori di una parte dello spazio crittografico, relativo alla possibilità che i governi mondiali possano improvvisamente decidere di stroncare un fenomeno il quale è visto come concorrenziale nei confronti del denaro tradizionale. Se il discorso di Janet Yellen all’atto dell’assunzione della carica di Segretario al Tesoro dell’amministrazione Biden poteva sembrare una semplice eccezione, ora non è più cosi. E gli atti di aperta ostilità da parte della politica assumono giorno dopo giorno contorni inquietanti per le aziende del settore.

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