Etichette ambientali sul cibo, rischi di scegliere il prodotto più inquinante senza saperlo: ecco perché

Lo studio, perché non capiamo l’impatto ambientale del cibo

Sei al supermercato, hai davanti due confezioni di pasta, o due tipi di latte, e vuoi scegliere quello che pesa meno sull’ambiente. Ti sembra una cosa semplice. Non lo è. Uno studio ripreso da greenMe.it ha messo a fuoco proprio questo punto: anche i consumatori più attenti faticano a capire quale prodotto abbia l’impronta ambientale più bassa, perché le informazioni a scaffale non li aiutano a farlo.

Il punto centrale della ricerca non è che le persone non si interessano alla sostenibilità: è che, quando provano a farlo sul serio, si scontrano con un muro di informazioni incomplete, sparse o del tutto assenti. Lo studio non fornisce (almeno negli estratti disponibili) percentuali precise su quante persone sbagliano la valutazione, ma il senso del lavoro è chiaro: il problema non è la buona volontà del consumatore, è il sistema di comunicazione che dovrebbe guidarlo.

Pensaci: una etichetta ti dice quante calorie ci sono in un prodotto, quanto sale, quanti grassi. Ma quasi mai ti dice quanta acqua è servita per produrlo, quanto suolo ha occupato, quanta CO2 ha generato il trasporto dal campo al tuo carrello. Ognuna di queste è una metrica ambientale diversa, e nessuna delle quattro racconta da sola la storia intera. Il risultato è che due prodotti apparentemente simili possono avere impatti molto diversi, senza che tu abbia modo di saperlo guardando la confezione.

Questo è il nodo che lo studio prova a sciogliere: non tanto “cosa dovremmo comprare”, ma “perché è così difficile scoprirlo anche quando lo vogliamo”. Una domanda che riguarda meno la buona fede dei consumatori e più il modo in cui l’informazione ambientale arriva, o non arriva, sullo scaffale.

Anche chi vuole fare la spesa in modo sostenibile spesso non riesce a capire quale prodotto pesa di più sull’ambiente.

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Perché le etichette ambientali confondono

Il problema nasce da un’operazione che sembra semplice e invece non lo è: ridurre l’impatto ambientale di un prodotto a un numero solo. Chi si occupa di analisi ambientale usa un metodo chiamato Life Cycle Assessment, LCA, che segue un alimento dalla coltivazione o allevamento fino al momento in cui finisce nel bidone o nel compost. Dentro questo calcolo entrano le emissioni di gas serra, il consumo di acqua, l’uso del suolo, l’energia per la lavorazione, il packaging, il trasporto. Sono metriche diverse, misurate in unità diverse, che raccontano aspetti diversi dello stesso prodotto. Un alimento può avere un’impronta di carbonio bassa e un consumo d’acqua altissimo. Un altro può essere l’opposto. Comprimere tutto questo in un’etichetta leggibile in tre secondi, mentre sei in corsia con il carrello mezzo pieno, è un esercizio che nessun sistema ha ancora risolto del tutto.

C’è poi un secondo ostacolo, forse più insidioso del primo: la mancanza di uno standard condiviso. In Europa esistono già sistemi di etichettatura ambientale volontari, ma ogni catena di supermercati, ogni paese, a volte ogni marchio, può adottare criteri leggermente diversi. Il risultato è che lo stesso prodotto può ricevere valutazioni non del tutto sovrapponibili a seconda di dove lo acquisti. Aggiungici la variabile della filiera: due mele identiche possono avere impatti differenti se una arriva da un frutteto a venti chilometri e l’altra ha attraversato mezzo continente refrigerata, o se una è di stagione e l’altra no. Il consumatore, davanti a questo carico di variabili, tende a rifugiarsi in scorciatoie mentali. La più comune è “se è locale, è sostenibile”, un’equazione che a volte funziona e altre no, perché il metodo di produzione o la stagionalità possono pesare più della distanza percorsa.

Cosa esiste già per orientarsi

Alcune insegne europee hanno provato a semplificare questo caos con un punteggio sintetico, spesso chiamato Eco-Score, che riassume l’impronta ambientale di un alimento in una scala facile da leggere, simile nello spirito al Nutri-Score per i valori nutrizionali. È un aiuto concreto, ma resta uno strumento parziale: non tutte le catene lo adottano, i criteri di calcolo non sono identici ovunque, e uno stesso prodotto può ricevere lettere diverse a seconda della base dati usata. Non è un sistema falso, è un sistema incompleto, costruito da attori diversi che non parlano ancora la stessa lingua. E finché resta così, il gesto più semplice del mondo, mettere due prodotti a confronto sullo scaffale, continua a richiedere più fiducia che informazione.

Cosa cambierebbe con etichette più chiare

Fiducia più che informazione, dicevamo. Ed è proprio su questo crinale che si gioca la prossima fase della vicenda. A livello europeo è in corso un lavoro normativo che punta dritto al cuore del problema: la direttiva sui Green Claims, pensata per regolamentare le affermazioni ambientali che i produttori mettono su packaging e pubblicità. L’obiettivo dichiarato è semplice da spiegare anche se complicato da realizzare: impedire che un’etichetta dica “sostenibile” o “a basso impatto” senza che dietro ci sia un calcolo verificabile, dello stesso tipo di quello che l’LCA prova a fare da anni nei laboratori di analisi ambientale.

Se ti stai chiedendo perché serva una legge per una cosa che sembra buon senso, la risposta è nel fenomeno che gli addetti ai lavori chiamano greenwashing: comunicare un prodotto come più verde di quanto sia realmente, magari puntando su una singola metrica favorevole (poco packaging, per dire) e tacendo sulle altre (molta acqua, molto suolo). Una normativa che obbliga a giustificare ogni claim con dati verificabili non risolve da sola la frammentazione tra i vari sistemi di etichettatura, ma pone un argine a chi oggi gioca con le parole più che con i numeri.

Nel frattempo, cosa puoi fare tu, oggi, davanti allo scaffale? Non aspettarti un numero magico che riassuma tutto: non esiste ancora, e lo studio di cui abbiamo parlato lo conferma indirettamente, mostrando quanto sia difficile per chiunque orientarsi con gli strumenti attuali. Quello che puoi fare è ridurre il peso delle scorciatoie mentali di cui abbiamo parlato, e guardare a più di un indicatore quando è disponibile: se un’insegna riporta un Eco-Score, usalo come punto di partenza, non come verdetto finale. Il resto, per ora, resta un equilibrio tra le informazioni che hai e quelle che mancano ancora.

Domande frequenti

  • Perché è difficile capire l’impatto ambientale di un alimento al supermercato? Perché ogni prodotto ha più metriche ambientali diverse (CO2, acqua, suolo) che raramente vengono riassunte in un solo indicatore chiaro sull’etichetta.
  • Le etichette ambientali sui prodotti alimentari sono affidabili? Sono spesso volontarie e non standardizzate tra paesi e catene, quindi il confronto diretto tra prodotti diversi resta difficile.
  • Cosa significa Eco-Score su un prodotto alimentare? È un punteggio sintetico, adottato da alcune insegne, che prova a riassumere l’impatto ambientale di un alimento in una scala semplice, ma non è ancora uno standard universale.
  • Quali alimenti hanno generalmente un impatto ambientale maggiore? Gli studi di settore indicano in genere nella carne rossa e nei prodotti di origine animale le categorie con impronta ambientale più alta, per emissioni e uso di risorse.

Piccolo glossario

  • LCA (Life Cycle Assessment): analisi che misura l’impatto ambientale di un prodotto dalla produzione allo smaltimento.
  • Eco-Score: punteggio sintetico volontario che riassume l’impatto ambientale di un alimento in una scala semplificata.
  • Impronta di carbonio (carbon footprint): quantità di gas serra emessa lungo la filiera di un prodotto, espressa in genere in CO2 equivalente.
  • Greenwashing: comunicazione che presenta un prodotto come più sostenibile di quanto sia realmente.

Fonti

  • greenMe.it, articolo sullo studio relativo alla difficoltà dei consumatori nel valutare l’impatto ambientale del cibo al supermercato.