Ad agosto la Majella si affronta col fiato corto: caldo pieno, sentieri intasati, la roccia che scotta appena il sole è alto. A settembre cambia tutto. L’aria si fa più leggera, la luce si abbassa nel tardo pomeriggio e le pareti rocciose prendono quelle sfumature dorate che d’estate restano solo un’idea. È il momento giusto per un trekking lento di tre giorni tra due eremi rupestri, con Roccamorice come base: l’Eremo di Santo Spirito a Maiella e l’Eremo di San Bartolomeo in Legio, scavato in una parete a 700 metri di quota nel territorio dello stesso comune.
Se ti stai chiedendo se settembre sia il mese giusto per partire, la risposta è sì, e non solo per una questione di comodità: sui versanti della Majella orientale le temperature miti riducono la fatica sui tratti più esposti, e la fine dell’affollamento estivo restituisce ai sentieri quel silenzio che agli eremi serve, in fondo, per essere capiti fino in fondo.
Perché andare ora, la Majella a settembre
Non è solo una questione di gradi in meno. È che il paesaggio stesso cambia registro. I valloni e le pareti calcaree, sotto la luce bassa di fine giornata, si accendono di toni caldi che il sole a picco di agosto cancella. Meno gente in giro significa anche poter sostare senza fretta sui punti panoramici, fotografare con calma, ascoltare il rumore dei propri passi senza il fiato di chi ti sta dietro sul sentiero.
Questo tipo di viaggio, nel Parco Nazionale della Majella, non è pensato per chi cerca prestazioni. È un cammino contemplativo, fatto apposta per chi vuole entrare nel territorio invece di attraversarlo.
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L’itinerario in 3 giorni da Roccamorice
Lo schema è semplice e si costruisce attorno a un unico punto d’appoggio, il paese di Roccamorice, nel cuore della Majella orientale. Il primo giorno è dedicato all’arrivo e all’orientamento: sistemarsi con calma, capire dove partono i sentieri, farsi un’idea del dislivello che aspetta nei due giorni successivi. Niente prestazioni, solo una prima passeggiata nei dintorni e una cena con prodotti locali.
Il secondo giorno si sale all’Eremo di Santo Spirito a Maiella, uno dei luoghi più isolati e riconoscibili del massiccio. Il terzo giorno chiude il cerchio con l’Eremo di San Bartolomeo in Legio, incastonato su uno sperone di roccia nel Vallone dello Spirito: qui si arriva anche con accessi alternativi più brevi, da Valle Giumentina o da Macchie di Coco, utili se preferisci spezzare la fatica su due mezze giornate invece che una sola.
Ma è proprio il terzo giorno, tra scale scavate nella roccia e un vallone che si apre all’improvviso, a nascondere i dettagli pratici che fanno la differenza tra un’escursione riuscita e una tirata male: tempi reali, quota, e la storia di un eremita diventato Papa che qui ci ha vissuto per anni.
Giorno 2, l’Eremo di Santo Spirito a Maiella
La salita al secondo eremo va affrontata con calma, perché il sentiero si sviluppa in un contesto rupestre molto marcato, con pareti che chiudono il paesaggio da entrambi i lati. Conviene partire presto, quando la luce è ancora bassa e l’aria fresca aiuta sui tratti più esposti: a settembre il sole scalda comunque, e sulla roccia nuda il calore si accumula in fretta nelle ore centrali.
Le scarpe da trekking non sono un dettaglio opzionale, qui. Il percorso alterna tratti sterrati a passaggi più tecnici, e un paio di scarponcini con suola scolpita fa la differenza tra un passo sicuro e uno scivolamento inutile. Porta con te acqua in quantità superiore al solito: lungo la salita non ci sono punti di rifornimento, e il caldo residuo di fine estate, anche se meno feroce di agosto, si fa comunque sentire a metà mattina.
Il valore di questa tappa non sta solo nell’arrivo alla cappella scavata nella parete. Sta nella progressione lenta: il bosco che si apre a tratti, il rumore dei tuoi passi che diventa l’unico suono, il respiro che si adatta al ritmo della salita invece di inseguirlo. Prevedi un margine di tempo ampio, senza fretta di scendere subito: è uno dei pochi punti del massiccio dove la sosta, più che il cammino, giustifica la giornata intera.
Giorno 3, l’Eremo di San Bartolomeo in Legio tra scale e vallone
Il terzo giorno cambia registro. L’Eremo di San Bartolomeo in Legio sorge su uno sperone roccioso di circa 50 metri, a 700 metri di quota, nel territorio di Roccamorice, affacciato sul Vallone dello Spirito. Ci arrivi in due modi, a seconda di quanto tempo hai voglia di camminare: da Valle Giumentina, nel comune di Abbateggio, in circa 2 ore andata e ritorno, oppure da Macchie di Coco, sempre nel territorio di Roccamorice, in appena un’ora in tutto. Se il giorno prima hai già dato fondo alle gambe sui sentieri di Santo Spirito, la via da Macchie di Coco è quella giusta per chiudere il trekking senza esagerare.
Il punto che rende speciale questa tappa è come si entra nell’eremo. L’accesso avviene tramite quattro scale diverse, tutte scavate nella roccia viva: quella a nord conta 30 gradini, quella a sud è più lunga e irregolare, e al centro della balconata ce ne sono altre due, una delle quali porta il nome di Scala Santa. Salire su questi gradini consumati dal tempo, con il vallone che si apre sotto i piedi, è un’esperienza fisica prima ancora che contemplativa: la roccia sotto le mani, il vuoto a lato, il silenzio che il sentiero ti ha già preparato nei giorni precedenti.
Lungo la balconata, prima di entrare nella cappella, trovi una vasca scavata per la raccolta dell’acqua piovana: un dettaglio che racconta da solo come vivevano gli eremiti che qui si fermavano per mesi, se non per anni. Sulla facciata della chiesa restano tracce di affreschi, purtroppo compromesse dalle intemperie e da iscrizioni incise nel tempo sulla superficie della pietra. L’interno, con la sua semplicità quasi disarmante, prepara al capitolo più sorprendente di questo eremo: la storia di chi lo ha abitato e di come, da lì, sia arrivato fino al soglio pontificio.
La storia scavata nella roccia, Pietro da Morrone e Celestino V
Quella cappella incastonata nello sperone non è antica solo nell’aspetto. Le sue origini precedono l’XI secolo, molto prima che qualcuno pensasse di restaurarla. Il rifacimento che vedi oggi, con la balconata e i due vani scavati per gli eremiti, risale a un intervento datato intorno al 1250, voluto da un uomo che di lì a poco sarebbe diventato uno dei papi più discussi della storia della Chiesa.
Si chiamava Pietro da Morrone. Prima di indossare la tiara come Celestino V, e prima di rinunciarvi dopo pochi mesi (Dante lo bollò come autore del “gran rifiuto” nella Divina Commedia), visse qui, tra queste pareti di roccia, per almeno due anni a partire dal 1274. Era appena tornato da Lione, dove aveva ottenuto da papa Gregorio X il riconoscimento della sua Congregazione dei Celestini. Prova a immaginarlo: un uomo che ha appena trattato col vertice della cristianità e sceglie di tornare a dormire in un vano scavato nella pietra, sospeso su un vallone.
Dentro la chiesa, la nicchia dell’altare custodisce una statua lignea di San Bartolomeo, raffigurato con un coltello in mano, riferimento al martirio per scorticamento subìto dal santo. Ogni anno, il 25 agosto, i fedeli la portano in processione dopo essere scesi a bagnarsi nel torrente Capo la Vena, un rituale che si tramanda da generazioni. La statua resta poi nella chiesa del paese fino al secondo sabato di settembre, quando torna all’eremo: quest’anno il rientro è caduto il 12 settembre, quindi se stai organizzando il viaggio proprio in questi giorni la processione di andata è già alle spalle.
Il percorso da Decontra e cosa vedere nei dintorni
Se preferisci un accesso diverso da quelli già visti, c’è una terza via che parte da Decontra, piccola frazione di Caramanico Terme. Si lascia l’auto a un crocevia tra due carrarecce e da lì si imbocca il sentiero del Parco, segnalato con la lettera P, in direzione Valle Giumentina. Il primo tratto regala una vista aperta sulla Valle dell’Orfento, sulla destra, poi si attraversa un impluvio che d’estate resta secco e si sbuca su un pratone panoramico da cui si vedono le cime della Majella e del Morrone, e nelle giornate limpide anche il Gran Sasso e il Sirente.
All’incrocio con il sentiero S si scende verso l’eremo: qui comincia la parte più ripida, l’affaccio sul vallone che precede il romitorio. Il ritorno segue lo stesso tracciato fino all’incrocio con il sentiero Cp, che scende invece verso Valle Giumentina e riporta a Decontra. In auto, il punto di partenza si raggiunge dall’A-25 con uscita Alanno-Scafa, poi la Tiburtina fino a Scafa e la ss.487 in direzione Caramanico Terme, deviando a sinistra prima del centro abitato.
I dintorni meritano una sosta anche fuori dal sentiero. Decontra è un borgo minuscolo e silenzioso, punto di partenza anche per altri camminamenti verso l'Orfento. Abbateggio e Roccamorice restano i due comuni di riferimento per l’intero itinerario, con le loro botteghe di paese e i ritmi lenti che il trekking richiede. Conviene allungare fino a San Valentino in Abruzzo Citeriore, dove il Museo dei Fossili e delle Ambre custodisce una raccolta che copre 500 milioni di anni di storia della Terra: un modo diverso, ma coerente, di guardare la stessa montagna che hai appena attraversato a piedi, tra rocce che raccontano epoche lontanissime e eremi che ne raccontano una, molto più vicina, fatta di silenzio e fede.
Fonti
- Majella a settembre, trekking lento tra gli eremi di San Bartolomeo e Santo Spirito – viaggiando-italia.it (viaggiando-italia.it)
- Trekking in Abruzzo, nella Majella l’Eremo di San Bartolomeo in Legio è un’ antichissima gemma incastonata nella roccia – turismoitalianews.it (turismoitalianews.it)
- Majella – da Decontra all’Eremo di San Bartolomeo • Escursione – outdooractive.com (outdooractive.com)
- Nordic W & trekking: Valle Giumentina ed eremo S. Bartolomeo – Parco Nazionale della Maiella (Parco Nazionale della Maiella)


