Due opere d’arte da cercare tra le tombe di Avezzano
Se pensi che ad Avezzano, dopo il terremoto del 1915, non sia rimasto quasi nulla dell’Ottocento, il Cimitero Monumentale ti darà torto. Tra le tombe sono state recuperate e valorizzate due opere di fine XIX secolo, e portano due firme che a Roma pesavano parecchio: quella dell’architetto Gaetano Koch e quella dello scultore Giuseppe Sartorio.
Il recupero nasce dall’Amministrazione comunale, che promuove la tutela del patrimonio storico, artistico e naturalistico della città, e dal lavoro di ricerca e divulgazione del consigliere comunale Luigi Marino.
La prima opera è la Tomba Brogi, una tomba a parete dei fratelli Tommaso e Giuliano Brogi, ideata da Koch (1849-1910). La trovi a ridosso del muro di cinta: marmo e travertino, un podio, pilastri e un frontone triangolare, in stile neorinascimentale. Sulla lapide frontale cerca lo stemma di famiglia, i nomi dei due fratelli e la data 1881. La firma di Koch è sulla destra del basamento, accompagnata dalla dicitura “esimio architetto”.
La seconda è una lapide in marmo di Carrara chiamata Donna dolente, firmata “G. Sartorio / Roma”. Giuseppe Sartorio (1854-1922) era così richiesto per le sculture funerarie da essere soprannominato il “Michelangelo dei morti”. Qui una donna ammantata è inginocchiata a capo chino accanto a un sarcofago, ai piedi di un salice piangente. Per lei la datazione stimata va dal 1890 al 1905.
Il consiglio pratico è guardare da vicino, non solo da lontano: la firma di Koch è piccola e laterale, e i fiori di Sartorio sono a terra, facili da perdere. I dati sulle due opere arrivano dall’articolo di Espressione24.
Perché una tomba del 1881 e una lapide con una donna in lacrime raccontano l’Avezzano prima del 1915?
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La Tomba Brogi, un tempio in miniatura contro il muro di cinta
Davanti alla tomba di Koch fai un piccolo gioco: sposta lo sguardo dal basso verso l’alto. Podio, pilastri, frontone triangolare. È la stessa grammatica di un tempio classico, ridotta alla misura di una sepoltura di famiglia. Lo stile neorinascimentale, nella Roma postunitaria di cui Koch fu tra i protagonisti, serviva a questo: dare a un committente borghese la dignità dell’architettura antica.
Poi passa ai dettagli che parlano della committenza. Secondo Espressione24, l’uso del latino, il motto e l’araldica di famiglia riflettono l’alto tenore di chi ordinò l’opera. Non erano ornamenti a caso: uno stemma scolpito nel 1881 diceva ai passanti che quella famiglia aveva una storia da esibire, e i Brogi ce l’avevano. Erano una casata cittadina radicata fin dal XVII secolo, con professionisti, giuristi, medici, ecclesiastici e cultori di storia locale.
Guarda anche il contrasto tra i materiali. Il marmo cattura la luce, il travertino è più caldo e poroso. Insieme danno all’opera un aspetto solenne senza bisogno di decorazioni pesanti. E se ti chiedi perché la firma sia così discreta, ricorda che era rivolta a chi si avvicinava, non a chi passava: chi arrivava fin lì per leggere i nomi dei fratelli trovava, in basso a destra, anche quello di chi aveva ideato tutto.
La Donna dolente di Sartorio, un piccolo alfabeto del lutto
La lapide di Sartorio nasce per una tomba terragna, cioè una sepoltura nel terreno: per questo la scena è pensata per essere vista dall’alto, chinandosi. Qui il “Michelangelo dei morti” mostra ciò che, secondo Espressione24, lo rese celebre: un intreccio di realismo, simbolismo e decorativismo Art Nouveau.
Ogni elemento si può leggere. Il salice piangente, con i rami che ricadono, è da sempre un’immagine di lutto. Il papavero, nell’iconografia funeraria, richiama di solito il sonno e l’oblio. I boccioli di rosa caduti a terra fanno pensare a una vita spezzata prima di sbocciare: è una lettura simbolica comune nell’arte cimiteriale, non una spiegazione data dalla fonte, quindi tienila come chiave interpretativa.
Poi c’è il dettaglio più bello per chi ama giocare a fare il detective: la scarpina della donna. La sua foggia, insieme agli elementi di costume, permette di stimare una datazione tra il 1890 e il 1905. In pratica la moda fa da orologio: un calzare scolpito nel marmo diventa una data.
Non ti fermare alla figura. La lastra è stata riadattata nei lati lunghi e inserita in una cornice in peperino, scolpita con il monogramma di Cristo e le lettere Alfa e Omega, il principio e la fine. Questa cornice, secondo la fonte, mostra la perizia delle maestranze locali: il marmo arriva da una bottega romana, ma l’incorniciatura ricorda che dietro c’erano anche mani del posto.
Cosa dicono queste opere della città che le ha volute?
Un cimitero fermo al 1914
Cosa dicono queste opere della città che le ha volute? Per capirlo devi guardare il luogo intero, non solo le due firme. Il Cimitero Monumentale di Avezzano è rimasto attivo per un periodo breve: dal 1840 circa al 1914. Poi il tempo si è fermato, e con lui le sepolture.
Fai due conti. Tra l’ultima sepoltura e il terremoto del 1915 passa più o meno un anno. Quello che vedi tra le tombe è quindi una città congelata poco prima della catastrofe: nessuna epoca successiva ha aggiunto o sovrapposto niente. Il sisma ha lasciato i suoi danni, e i decenni di abbandono che sono seguiti hanno fatto il resto, con la perdita di diversi arredi funebri. Per questo due opere ancora leggibili valgono più di quanto sembri: sono ciò che è rimasto in piedi di un intero apparato di memoria.
Roma è vicina, anche in un cimitero
C’è poi il filo che lega le due opere. Un architetto attivo nella Roma postunitaria da una parte, uno scultore che firma “Roma” sulla lastra dall’altra. Secondo Espressione24 il quadro che ne esce è quello di un’Avezzano dinamica e in stretto contatto con la Capitale, guidata da una borghesia colta e benestante. Una famiglia che poteva permettersi un progetto di Koch e chi ordinava una lapide a uno degli scultori funerari più richiesti dell’epoca usava l’arte funeraria come strumento di celebrazione e di continuità della memoria.
Tienilo a mente quando ti fermi davanti alla Tomba Brogi. Nel 1881, 145 anni fa, una città di provincia sapeva dove andare a cercare i migliori professionisti. Il merito del recupero, come riporta la comunicazione del Comune, va all’Amministrazione comunale e alla ricerca del consigliere Luigi Marino: senza quel lavoro, le firme sarebbero ancora coperte dalla polvere.
Prima di andare
Una nota pratica: il cimitero monumentale si trova in via Sandro Pertini, ma la comunicazione su cui si basa questo pezzo non riporta orari di apertura, condizioni di accesso né visite guidate. Prima di metterti in strada, chiedi al Comune di Avezzano come e quando si può entrare, così non ti ritrovi davanti a un cancello chiuso. E quando entri, porta con te la curiosità di guardare in basso, dove sta il salice, e a destra, dove sta la firma.
Fonti
- Il Cimitero Monumentale di Avezzano svela i suoi tesori: riscoperte due opere d’arte di Gaetano Koch e Giuseppe Sartorio (espressione24.it)


