Robert De Niro, 5 ruoli ti spiegano perché ha cambiato la recitazione: dal Padrino a Toro Scatenato

83 anni e ancora un mito, chi è oggi Robert De Niro

Ieri, 17 agosto, Robert De Niro ha compiuto 83 anni. Non è un anniversario qualsiasi: l’attore newyorchese, nato nel 1943, resta uno dei pochi nomi capaci di far dire a chiunque, anche a chi di cinema mastica poco, “ah sì, lo conosco”. Il motivo è semplice e insieme complicato: in oltre cinquant’anni di carriera ha costruito una manciata di personaggi che sono diventati linguaggio comune, citazioni da bar, meme prima ancora che esistessero i meme.

Se stasera ti va di festeggiarlo a modo tuo, cioè con il divano e un film, la domanda giusta non è “quale film di De Niro guardare” (la risposta sarebbe: quasi tutti), ma quali ruoli ti fanno capire perché ha cambiato il modo di intendere la recitazione.

Ne bastano cinque, e non sono una lista casuale: sono cinque tappe di un metodo, quello che l’ha portato a vincere due premi Oscar, uno come non protagonista per “Il Padrino – Parte II” (film del 1974) e uno da protagonista per “Toro Scatenato” (film del 1980). In mezzo, un taxista newyorchese fuori di testa, un gangster irlandese chiacchierone e un boss di Chicago con la faccia di uno che il potere lo ha avuto in mano.

Quello che raramente viene spiegato, quando si tirano fuori le solite liste di “personaggi indimenticabili”, è il filo che li unisce: un modo di lavorare sul corpo e sulla voce che ha ridefinito standard interi del cinema americano, dal dramma criminale al noir urbano. Ecco perché, prima di scegliere il film per la serata, vale la pena guardare da vicino ciascuno di questi ruoli, capire quando è arrivato, cosa ha portato con sé e perché, decenni dopo, continua a funzionare.

Nella prossima parte trovi i cinque ruoli con anno, regista e motivo per cui sono entrati nella storia del cinema, uno per uno.

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I 5 personaggi che hanno fatto la storia del cinema

Guardali in fila, uno via l’altro, e capisci meglio di qualsiasi biografia perché si parla ancora di lui a 83 anni. Cinque ruoli, cinque decenni diversi, cinque modi di stare davanti alla macchina da presa senza mai ripetersi.

Film Anno Personaggio Riconoscimento/curiosità
Il Padrino – Parte II 1974 Vito Corleone giovane Oscar Miglior attore non protagonista
Taxi Driver 1976 Travis Bickle Candidatura Oscar, icona del neo-noir
Toro Scatenato 1980 Jake LaMotta Oscar Miglior attore, trasformazione fisica estrema
Quei bravi ragazzi 1990 Jimmy Conway Candidatura Oscar cast, film-culto Scorsese
The Untouchables 1987 Al Capone Interpretazione iconica del gangster storico

Vito Corleone giovane arriva nel 1974, quando De Niro ha appena trent’anni e deve raccogliere l’eredità di un personaggio già consacrato da Marlon Brando: la sfida non era imitare, ma mostrare come nasce un potere, non solo come si esercita.

Due anni dopo, con Travis Bickle, cambia completamente registro: Martin Scorsese lo dirige in un film che racconta la solitudine urbana di New York con un linguaggio visivo tagliente, dove il taxi diventa una gabbia mentale prima ancora che un mezzo di trasporto. Nel 1980 arriva Jake LaMotta, il pugile che gli vale il secondo Oscar e che diventa il simbolo di quanto un attore possa spingersi oltre il mestiere.

Nel 1987 è Al Capone in “The Untouchables”, un ruolo più breve ma capace di imporsi con pochi minuti di schermo grazie a una presenza fisica che non ha bisogno di spiegazioni. E nel 1990, con Jimmy Conway in “Quei bravi ragazzi”, torna sotto la guida di Scorsese per raccontare la criminalità organizzata da un’angolazione diversa, meno tragica e più chiacchierona, quasi documentaristica nel suo cinismo quotidiano.

Perché quei ruoli restano indimenticabili

Il punto che quasi nessuno spiega, quando si limita a elencare questi cinque nomi, è il metodo che li tiene insieme. De Niro appartiene a quella generazione di attori formati sul cosiddetto method acting, la tecnica che spinge chi recita a immedesimarsi nel personaggio anche fuori dal set, non solo davanti alla telecamera.

È un approccio nato e insegnato all’Actor’s Studio di New York, la scuola che negli anni ha formato generazioni di interpreti americani, e che De Niro ha portato alle sue conseguenze più estreme proprio con Jake LaMotta: per quel ruolo arrivò a un allenamento pugilistico vero per le scene sul ring, e poi a un aumento di peso reale per interpretare l’ex campione nella parabola discendente della sua vita, non con un trucco ma con il proprio corpo.

Lo stesso principio, applicato con intensità diversa, regge anche Travis Bickle: la trasformazione lì non è fisica ma psicologica, un progressivo scivolamento nella paranoia che rende “Taxi Driver” uno dei testi fondativi del neo-noir, il genere che rielabora in chiave contemporanea le atmosfere cupe del noir classico. Jimmy Conway e Al Capone, per contro, mostrano il lato più controllato del suo repertorio: personaggi reali o quasi, costruiti su gesti misurati e su una voce che diventa arma.

Se stasera scegli uno di questi cinque film, non stai solo guardando un attore recitare bene. Stai guardando un pezzo di storia di come si è arrivati a intendere la recitazione oggi, ed è proprio questo passaggio, dal set alla scuola che l’ha formato, che vale la pena seguire fino in fondo.

…psicologica: bastava lo sguardo perso di Travis Bickle davanti allo specchio a dire tutto, senza bisogno di allenamenti o trasformazioni fisiche. Due modi diversi di applicare la stessa disciplina, e questo è già un indizio di quanto quel metodo fosse flessibile, non una formula fissa da ripetere identica ruolo dopo ruolo.

Da Scorsese al Tribeca Film Festival, l’eredità di De Niro

Tre dei cinque ruoli che hai visto in tabella, Travis Bickle, Jimmy Conway e Vito Corleone in senso lato (perché Scorsese ha poi ripreso quell’universo con “Il Padrino” nell’immaginario collettivo, pur non essendone il regista), portano la firma di Martin Scorsese, ed è qui che nasce uno dei sodalizi più lunghi e produttivi della storia del cinema americano.

Nel corso di cinquant’anni De Niro e Scorsese hanno lavorato insieme in otto film, un numero che da solo racconta una collaborazione più simile a un dialogo continuo tra due artisti che a una semplice sequenza di incarichi professionali.

Ogni film ha spostato leggermente l’asse: da “Taxi Driver” al racconto corale di “Quei bravi ragazzi”, passando per il pugilato disperato di “Toro Scatenato”, il duo ha attraversato generi diversi mantenendo però un tratto comune, cioè la voglia di raccontare la violenza e la marginalità senza mai renderle spettacolari fine a se stesse.

C’è però un capitolo della storia di De Niro che i cinque ruoli iconici non raccontano, e che vale la pena aggiungere per completare il quadro: nel 2002, dopo gli attacchi dell’11 settembre, l’attore ha co-fondato il Tribeca Film Festival, nato per aiutare a far ripartire economicamente e culturalmente il quartiere newyorchese di Tribeca, colpito duramente dalla vicinanza alle Torri Gemelle.

Da manifestazione nata come risposta a un trauma collettivo, il festival è diventato negli anni uno degli appuntamenti cinematografici più seguiti negli Stati Uniti, e ha trasformato De Niro da semplice interprete a figura con un ruolo attivo nella promozione del cinema indipendente, un aspetto della sua biografia che raramente compare nelle liste celebrative concentrate solo sui personaggi che ha interpretato.

Se stasera scegli uno di quei cinque film, ricordati quindi che stai guardando qualcosa di più di un’ottima interpretazione: stai guardando il risultato di un metodo di lavoro e di un sodalizio artistico che hanno segnato intere generazioni di attori venuti dopo, dentro e fuori Hollywood. Ed è forse questo, più dei singoli Oscar vinti nel 1974 e nel 1980, il vero motivo per cui a 83 anni si continua a parlare di lui.

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