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Borghi d’Abruzzo, in pochi sanno che qui trovi i paesi piu’ silenziosi del Chietino: dove si trovano

Ci sono posti, in Abruzzo, dove il silenzio non è assenza ma materia: pietra chiara, cortili stretti, un vento che arriva prima delle persone. Se stai cercando un’idea diversa per una gita fuori porta, a un’ora scarsa da Pescara trovi cinque paesi che in pochi conoscono, nel cuore dell’Alto Vastese e della Valle del Sangro, nella provincia di Chieti.

I 5 borghi più vuoti della provincia di Chieti (e dove sono)

Si chiamano Montelapiano, Montebello sul Sangro, Roio del Sangro, Pietraferrazzana e Fallo. Sono i cinque comuni che tornano più spesso quando si parla dei paesi meno abitati della provincia di Chieti, secondo la ricognizione pubblicata da Viaggiando Italia il 3 settembre 2026. Nomi che quasi nessuno, fuori dall’Abruzzo, sa collocare su una mappa.

Non sono paesi isolati tra loro: si trovano tutti nella stessa area interna, tra l’Alto Vastese e la Valle del Sangro, al confine con il Molise, in una zona di vallate strette dove i comuni si affacciano l’uno sull’altro dall’alto delle proprie colline. Niente attrazioni in fila, niente code: qui il viaggio è fatto di una fontana, una scalinata, un belvedere che si apre all’improvviso.

Tra tutti, Montelapiano viene indicato come il comune meno popolato della provincia. Non un luogo di passaggio, ma una destinazione per chi cerca un’Italia laterale, dove bastano poche case a disegnare un intero paesaggio. Ma non pensare a un paese morto o a un guscio vuoto: c’è un motivo preciso per salire fin lassù, ed è tutto quello che si vede una volta arrivati in cima.

Ecco cosa trovi quando arrivi a Montelapiano, e perché vale la salita.

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Montelapiano, la terrazza sospesa sull’Appennino

Ci si arriva per strade interne che si restringono man mano che si sale, con curve che seguono il profilo della montagna invece di tagliarlo. Non è un tragitto per chi ha fretta, ed è proprio questo il punto: la lentezza della salita prepara al tono della visita, che a Montelapiano è tutto giocato su dettagli minimi.

Il borgo si presenta come una piccola terrazza di montagna, con case raccolte una accanto all’altra e vicoli così stretti che il sole ci entra solo in certe ore del giorno. Non aspettarti monumenti imponenti o piazze scenografiche: qui la materia prima è la pietra, l’ombra, la luce che taglia obliqua tra un muro e l’altro.

Il momento migliore della visita arriva quando ti fermi ai margini dell’abitato, dove le case finiscono e lo sguardo scende libero verso le valli del Sangro e dei suoi affluenti. Nei giorni limpidi l’aria secca dell’Appennino pulisce i contorni delle colline fino a farle sembrare vicinissime; d’inverno, invece, il paese si chiude su se stesso, quasi in una postura difensiva, come se avesse imparato nei secoli a proteggersi dal freddo che sale dalla vallata.

Montebello sul Sangro, il paese che si è dovuto ricostruire

A poca distanza da Montelapiano, Montebello sul Sangro racconta una storia diversa. Il nucleo abitato che vedi oggi è in parte legato a una ricostruzione avvenuta dopo eventi che ne hanno cambiato l’assetto originario: un dissesto, probabilmente una frana, di cui la fonte non specifica i dettagli esatti ma che ha lasciato un segno leggibile nel modo in cui il paese si presenta ancora oggi al visitatore.

Qui la visita chiede un occhio diverso da quello con cui si guarda un borgo intatto. Non stai cercando il monumento da fotografare, ma osservando un territorio che ha dovuto riorganizzarsi, ripartire da un tessuto urbano più compatto attorno alla chiesa parrocchiale, che resta il punto di riferimento visivo e simbolico dell’abitato.

È un Abruzzo interno che convive con la memoria delle frane, dello spopolamento, della tenacia quotidiana di chi è rimasto. In paesi come questo la geografia non fa da sfondo alla vita delle persone: ne è parte integrante, ne condiziona le scelte, ne scrive la biografia collettiva. Camminare tra le case di Montebello sul Sangro significa, in fondo, leggere una pagina di storia locale scritta nella disposizione stessa delle strade.

Cosa mangiare in questi borghi, sagne, chitarra e pecorino

Dopo una mattinata tra vicoli e belvedere, la sosta a tavola in questi paesi segue una cucina povera solo negli ingredienti, mai nel sapore. Le sagne e fagioli restano il piatto più identitario dell’area interna chietina: pasta fatta a mano tagliata a striscioline larghe, cotta insieme ai legumi in un unico tegame, spesso con un filo d’olio locale a chiudere il piatto.

Non manca mai, nei ristoranti e nelle trattorie di paese, la variante con i maccheroni alla chitarra, la pasta all’uovo tagliata con l’attrezzo a corde metalliche che dà il nome al formato, tipica di tutto l’entroterra abruzzese. Nelle zone più basse della provincia, verso la piana, il menu si apre agli arrosticini, ma qui in quota la tavola resta legata a legumi, pecorino e olio, gli stessi ingredienti che per secoli hanno sostenuto l’economia agricola di questi comuni.

Ma perché proprio questi paesi, e non altri, si sono svuotati nel tempo? La risposta ha a che fare con una storia molto più grande della Valle del Sangro.

Perché questi paesi si sono svuotati (e cosa hanno in comune con quelli del Pescarese)

Lo spopolamento di Montelapiano, Montebello sul Sangro, Roio del Sangro, Pietraferrazzana e Fallo non è un caso isolato: è la stessa storia che si ripete su tutto l’Appennino centrale da almeno settant’anni. Le famiglie hanno lasciato le colline per la costa o per il Nord Italia in cerca di lavoro, i servizi si sono concentrati nei centri più grandi a valle e i paesi rimasti indietro hanno perso, generazione dopo generazione, la massa critica che serve a tenere in piedi una scuola, un negozio, un ambulatorio.

Se ti stai chiedendo se sia un fenomeno solo chietino, la risposta è no. Lo stesso giorno in cui Viaggiando Italia ha pubblicato la ricognizione sui borghi meno abitati del Chietino, il 3 settembre 2026, sul sito era uscito appena il giorno prima, il 2 settembre 2026, un pezzo gemello sui comuni meno popolati della provincia di Pescara: Corvara, Brittoli, Abbateggio, Pescosansonesco, Civitella Casanova, Vicoli, Carpineto della Nora e Villa Celiera. La logica è identica, cambia solo il paesaggio di riferimento.

I borghi del Pescarese guardano al Parco Nazionale della Maiella, con Abbateggio e la Val Giumentina come basi per camminate verso Serramonacesca, mentre quelli chietini si affacciano sulla Valle del Sangro e sul confine con il Molise. Due geografie diverse, un unico destino demografico: paesi piccoli che hanno tenuto duro proprio perché isolati, e che oggi restituiscono al visitatore un’autenticità che altrove si è persa insieme alla popolazione.

Come organizzare la gita da Pescara in autunno

L’autunno è la stagione giusta per questo tipo di itinerario lento: le temperature calano, la luce diventa più bassa e obliqua (proprio quella che rende spettacolari i vicoli di Montelapiano nel tardo pomeriggio) e i colori dei boschi lungo il Sangro cambiano di settimana in settimana. Prima di partire, conviene dare un’occhiata ai siti istituzionali dei Comuni di Montelapiano e di Montebello sul Sangro: sono paesi piccolissimi, e informazioni su eventuali chiusure stagionali di strade secondarie o su iniziative locali si trovano più facilmente lì che altrove.

Le strade che portano a questi borghi restano strette e di montagna: non servono permessi né autorizzazioni particolari, ma è meglio muoversi con calma, evitare l’ultima ora di luce per il rientro e considerare che la segnaletica, nei tratti più interni, è essenziale. Un consiglio pratico: parti presto, così hai il tempo di fermarti sia a Montelapiano sia a Montebello sul Sangro nella stessa giornata, con una sosta a pranzo in una delle trattorie di paese per assaggiare sagne e fagioli o i maccheroni alla chitarra di cui abbiamo parlato. In fondo, il bello di questi luoghi è proprio non avere fretta.

Fonti