Pescara . Ecco un articolo che farà storcere il naso ai vegani e a molti animalisti, ma stiamo parlando di una delle tradizioni popolari più radicate della nostra terra : l'uccisione casalinga , che potremmo definire rituale, del maiale.
Proprio in questi giorni, intorno al 18 gennaio giorno del Sant' Antonio Abate  (protettore degli animali che nell' iconografia popolare viene raffigurato con accanto un maialino ) secondo la tradizione popolare si uccideva il maiale in quasi tutte le case degli abruzzesi.

Si aspettava la fase di luna calante e luna nuova del periodo tradizionalmente più freddo nella nostra regione, affinchè le carni appena macellate potessero essere essiccate al freddo.
Si trattava di una grande festa familiare e popolare, l'occasione per riunire tutta la famiglia al completo e soprattutto una grande scorpacciata , oltre che il giorno in cui si iniziavano a preparare le provviste di carne che sarebbero dovute bastare per un intero anno.

Di solito le famiglie di contadini uccidevano tre maiali, uno per il proprietario dellla campagna, uno per loro e uno da vendere una volta macellato, un sacrificio necessario per la sopravvivenza.
C'era si aria di festa durante l'uccisione del maiale, soprattutto per i bambini, ma c'era sempre anche chi era un po' triste per " l'amico " che stava per andarsene. Ovviamente il più dispiaciuto era proprio il maiale che ogni volta si accorgeva dell'imminente fine.

Il momento dell'uccisione del maiale con un lungo e acuminato coltello che il macellaio gli piantava nel cuore o nella gola , non è un bello spettacolo per noi che non siamo più abituati a questo genere di cose, ma fino ai tempi dei nostri genitori si trattava di un rituale sacro.
Per la tradizione contadina abruzzese il maiale era quasi una divinità e dalla buona riuscita delle sue carni dipendeva la sopravvivenza dell'intera comunità. Di solito il patriarca, o la persona più esperta si occupava di trafiggerlo e conciarne le carni, perchè un lavoro fatto male avrebbe pregiudicato un anno di sacrifici per allevarlo.

Appena ucciso e issato a testa in giù sul traliccio iniziava la festa: la famiglia operosa, come una catena di montaggio iniziava le prime operazioni di macellazione della carne, non prima di aver brindato alla salute di Sant'Antonio con un bicchiere colmo di montepulciano e di aver messo in padelle guance e orecchie appena staccate , insieme al peperone per il cosiddetto "cif ciaf" da mangiare come colazione.
Il sangue del maiale che scolava non andava assolutamente buttato, ma raccolto per fare il sanguinaccio , con cui riempire i dolci tradizionali "cellipieni".

La restante carne suina diventava salsicce, prosciutti, stinchi, lombate, ventricine salami, del resto del maiale non si butta niente.

Poi iniziava la festa, una delle poche consentite ai contadini del secolo scorso, più importante anche del Natale, in quanto quei giorni erano tra i pochi dell'anno in cui i contadini si concedevano abbuffate di carne.

Oggi il maiale si uccide nel mattatoio, non più con un coltello conficcato nel cuore e nella gola, ma attraverso un punteruolo sparato nel cervello che ne provoca una morte più immediata e meno dolorosa, tuttavia c'è ancora qualcuno che continua la tradizione dell'uccione casalinga che ormai è regolamentata per legge. [LEGGI QUI L'ORDINANZA PER L'UCCISIONE CASALINGA NEL COMUNE DI PESCARA ]