La frase è arrivata dalla ‘Vita in diretta’ quando il giornalista  di Nemo Daniele Piervincenzi (che nei mesi scorsi ricevette la testata ad Ostia da un esponente del clan Spada) suggerisce di indagare nella curva nord del Pescara che pure ‘Nerino’ frequentava.

 «Pescara è una zona d’ombra del nostro paese», ha detto il giornalista, «un hub commerciale del narcotraffico, lì passa eroina, cocaina, passano armi e ci sono famiglie che hanno consolidato il controllo del territorio, alcune anche di origine sinti come abbiamo visto ad Ostia. Pescara è un altro dei luoghi oscuri del nostro paese, io temo che Alessandro abbia avuto un contatto con queste entità e questo spiegherebbe diverse cose».

Secondo il giornalista c’è un punto ‘d’accesso’ che potrebbe collegare Alessandro alla criminalità: «il contatto con il mondo ‘di sotto’ c’era nella curva degli ultras del Pescara, con tutto quello che gravita intorno a quel tipo di tifo e manifestazione sportiva. C’è una lottizzazione della curva dove ci sono diverse famiglie e diversi clan locali che controllano la curva e lui la frequentava».

«Io comincerei a cercare da lì», ha suggerito pure la criminologa Bruzzone  secondo la quale l’omicidio sarebbe senza dubbio una vendetta.

«E’ probabile che Alessandro sia stato seguito e costretto, sotto minaccia,  ad andare nell’area dell’omicidio. Io dico che non aveva alcun appuntamento: il cellulare è stato ritrovato li perchè non c’è nulla di interessante, sicuramente non c’era stato un contatto diretto con il killer. L’obiettivo era quello di far ritrovare il corpo, non c’è stata nessuna volontà di occultarlo e penso sia plausibile una vendetta commessa per interposta persona».

Bruzzone ipotizza anche il coinvolgimento di un complice per spostare il cadavere «di almeno 80 kg. Una sola persona non ci sarebbe riuscita».    

Secondo la criminologa nella ‘vita in chiaro’, quella conosciuta da amici e familiari, non ci sarebbe niente di significativo: «è un  altro il livello a cui bisogna arrivare, le persone più vicine non sono quelle più giuste a cui fare appello. C’è una organizzazione criminale non solo un soggetto che ha agito su movente personale» .

Anche il padre di Alessandro, Paolo Neri, intervistato da ‘La Vita in diretta’, si chiede se conoscesse fino in fondo suo figlio: «per me è impensabile immaginare che abbia fatto qualcosa di talmente grave da meritare una fine simile».

Alessandro, nato a Firenze (come i suoi fratelli) perchè è lì che vivevano il papà e la mamma, 18 anni fa era arrivato a Spoltore. Recentemente aveva maturato il desiderio, insieme alla mamma, di trasferirsi a Miami, dove vive uno dei suoi fratelli. Da qui la decisione di mettere in vendita la villetta di Spoltore. Il cartello con la scritta ‘vendesi’ è ancora in bella vista sulla cancellata laterale.

Insomma c’era la voglia di ripartire e farsi una nuova vita.

«Lui era un ragioniere», ha raccontato ancora il papà, «ha lavorato con noi poi ha deciso di mollare. Era un ragazzo come tanti altri, viveva in casa, acquistava cose e rivendeva. Era amico di tutti, mai fatto distinzione sociale, frequentava ricchi e poveri, se così si può dire».

Il papà esclude anche che si possa trattare di una vendetta per colpire in realtà il nonno, di origini abruzzesi, che dopo 40 anni in Venezuela, 6 anni fa ha deciso di ritornare in Abruzzo e aprire una cantina di vini prestigiosi: «lo escludo. Perchè poi rivalersi su Alessandro? Noi siamo fuori dall’azienda».

Poi la sofferenza più grande ripensando al canale dove è stato trovato suo figlio: e lì che lui ha dovuto vederlo per l’ultima volta e riconoscerlo: «se è stato portato lì vivo penso che gli ultimi 15 minuti della sua vita saranno stati terribili si sarà reso conto che volevano fargli male».