Pescara . Perché i pescaresi ( e in generale gli abitanti della costa ) non amano i chietini ? Tutti gli abruzzesi lo sanno , ma non tutti conoscono l'origine dei dissidi tra le due città . Non si tratta di campanilismo ne di di rivalità calcistica ( o di altro genere ), ma il vero motivo delle divisioni tra le due popolazioni ha radici storiche, che affondano nel triste passato della seconda guerra mondiale.

Oggi c'è antipatia tra Pescara / Francavilla al Mare e Montesilvano da una parte e Chieti dall'altra, ma in un passato non troppo lontano c'era un odio vero e proprio che spesso sfociava in alterchi, litigate e proprie risse .

Innanzitutto voglio specificare di essere molto contento che l'odio tra Pescara e Chieti sia stato superato e che anche i motivi di lite siano quasi alle spalle, tanto che ormai la storia dei pescaresi che non sopportano i chietini appartiene esclusivamente al folklore, ma per evitare che certi errori e comportamenti iniqui possano ripetersi, ritengo giusto raccontare questa brutta storia, ricorrendo alle testimonianze di chi ha vissuto i terribili giorni dello sfollamento.

Per raccontare le ragioni della malsopportazione dei pescaresi nei confronti degli abitanti di Chieti  bisognerebbe fare un salto indietro nel tempo fino agli anni della seconda guerra mondiale, precisamente al 1943/44 , quando , dopo l'armistizio dell'8 settembre e lo sbarco degli alleati nel sud Italia, l'esercito tedesco, in lenta ritirata verso il nord Italia, distruggeva tutte le città italiane per non lasciare risorse e ricoveri alle truppe angloamericane che salivano da sud a nord. Il confine tra i due schieramenti, lungo il quale scorse tantissimo sangue , ad ottobre del 1943 era una linea che divideva perfettamente a metà l'Italia : la linea Gustav che andava da Montecassino ad Ortona .

A sud di questo confine , c'erano gli americani e gli inglesi, a nord i tedeschi che per fare terra bruciata rasero completamente al suolo i comuni di Rapino, San Marino della Marruccina, Orsogna, CastelFrentano, Poggiofiorito, Lanciano, Frisa, Rocca San Giovanni, Fossacesia, Treglio, Ortona a Mare, , Filetto, Guardiagrele, Mozzagrogna e Pescara completamente bombardata e rasa al suolo dall'aviazione alleata il 31 agosto e 14, 17 e 20 settembre del 1943.
Chieti, invece , per intercessione del Papa non fu sfiorata dalle bombe e dichiarata "città aperta" "non bombardabile" in cui le popolazioni sfollate, rimaste senza casa ed averi, avrebbero dovuto rifugiarsi.

Purtroppo per gli sfollati, i chietini non li accettarono se non per un breve periodo eppoi li cacciarono, non ne vollero sapere della solidarietà e lasciarono tantissime persone in preda al loro disperato destino, d'inverno tra l'altro, fuori dei confini della città, sotto i bombardamenti.
Fu un gesto gravissimo che rimase nelle menti e nei cuori di tutti gli abruzzesi. Certamente anche a Chieti c'era la fame, ma questo non può giustificare in nessun modo quel gesto.

Oltre ai numerosissimi racconti tramandati di padre in figlio, ci sono scritti di testimoni che hanno vissuto quei momenti. Ne citerò due, una di un importante scrittore non abruzzese  e la seconda di un pescarese allora adolescente, entrambi sfolllati a nel capoluogo teatino .

La prima è del poeta / scrittore  neorealista, giornalista, sceneggiatore calabrese Corrado Alvaro ( lo scrittore di Gente in Aspromonte ), anche lui sfollato a Chieti da Roma , che nel suo pamphlet "L'Italia rinunzia ?" scrisse l'articolo " La viltà e gli intrighi dei Borghesi di Chieti " in cui ha denunciato molto duramente il comportamento dei chietini nei confronti degli sfollati , l'atteggiamento ambiguo della borghesia chietina che da un lato si ingraziava i tedeschi per timore di perdere il privilegio di citta aperta, collaborando e segnalando le persone da deportare , dall'altro negava gli aiuti agli altri italiani: se inizialmente il popolo d Chieti si mostro solidale, presto, dietro la spinta della borghesia la realtà cambiò:

"Fu in breve spinta dagli sforzi della borghesia locale che favoriva i timori dei nazisti e dei fascisti a sfollare verso altre regioni a nord" - e ancora - "Orbene la borghesia burocratica e terriera e religiosa, temendo che un tale eccesso di popolazione minacciasse lo stesso sfollamento degli abitanti urbani, promosse la cacciata degli abitanti dei paesi [...] Quando arrivarono gli alleati, da tutti gli angoli, da tutti i nascondigli, sbucarono come vittime quelli che si erano nascosti, per acquistare vantaggi di carriera; e il passeggio, fra i combattenti indaffarati e impolverati, il corso della città, era folto di gente che aveva tirato fuori la sua uniformina con la pistolina al cinturino, il berrettino sul viso palliduccio, come bambini che nel giorno della festa nazionale indossano il loro costumino da marinaretto o di bersagliere " ( C. Alvaro da " La viltà e gli intrighi dei Borghesi di Chieti )

Il Giudizio durissimo di Alvaro , continua in tutto il suo lungo pamphlet, è rivolto quasi esclusivamente nei confronti delle classi sociali medio alte di Chieti, ad onor del vero, però ci furono anche chietini si comportarono diversamente aiutando come potevano, tuttavia quasi tutti gli sfollati di Pescara, Francavilla, Montesilvano, Pianella, Spoltore e paesi vicini furono effettivamente costretti ad abbandonare la città e a cercare ricovero, e spesso la morte per bombardamenti, freddo e fame, in rifugi diroccati di campagna o addirittura nelle grotte.

La seconda testimonianza , raccolta dal giornale IL CENTRO nello speciale LA MIA GUERRA del 1995 è di Ernesto Giannini, rifugiato con la madre a Chieti :

"Inizialmente  l'accoglienza è ospitale, non solo nei confronti dei contadini che portano roba da mangiare. Poi l'occupazione, la fame e il clima degenera. Il Pane è poco per tutti e davanti ai forni spesso accadono tafferugli perché c'è chi non vuol dividere la miseria con chi non è di Chieti. Rombano i cannoni e chi tiene gli sfollati in casa vuole più soldi . Forse c'è chi specula. [...] Fra i tanti casi a cui assistetti, quello che maggiormente mi mortificò fu quando mia madre, mentre faceva la fila di fronte al forno in Via Ravizza, ricevette uno sputo in pieno volto perché era una sfollata e avrebbe portato via il pane al cittadino chietino. Meschinità, reazione di sopravvivenza, non lo so e ancora oggi, a distanza di tanti anni, non riesco a darmi una spiegazione di quel disumano comportamento "
Pescara bombardata , sfollati a Chieti