Pubblichiamo la replica del Censorino Teatino all' articolo 
Il suddetto articolo,  anche se credo non è stato vostro intento offendere la sensibilità  di nessuno, ha suscitato la reazione di alcuni dei testimoni oculari ancora viventi anche non di Chieti, e di gran parte della cittadinanza teatina.
Quello che si "contesta"  all'articolo, può, in buona sostanza, essere sintetizzabile  in questa espressione:

"Purtroppo per gli sfollati, i chietini non li accettarono se non per un breve periodo eppoi li cacciarono, non ne vollero sapere della solidarietà e lasciarono tantissime persone in preda al loro disperato destino, d'inverno tra l'altro, fuori dei confini della città, sotto i bombardamenti. Fu un gesto gravissimo che rimase nelle menti e nei cuori di tutti gli abruzzesi. Certamente anche a Chieti c'era la fame, ma questo non può giustificare in nessun modo quel gesto".


Ma, non bisogna fare di tutta un'erba un fascio. La popolazione di Chieti nel complesso compì  grandi gesti di solidarietà  e umanità. Se ci sono stati comportamenti intolleranti,  sono stati episodi di singoli, spesso dettati più  dalla fame, dalla disperazione e dalla paura di essere sfollati. La città era allo stremo, e in un'area che equivale pressoché  all 'attuale centro storico e che all'epoca era abitata da circa 35 mila abitanti,  c'erano decine di migliaia di sfollati (circa 100 mila), con una densità  di popolazione altissima.

A testimonianza del fatto che i Teatini compirono  un gesto di grande solidarietà nei confronti  della popolazione locale proveniente da ogni paese della Provincia d'Abruzzo Citra e non solo, si potrebbe citare come esempio il comportamento del Podestà  Gasbarri  che falsificò il registro dell'anagrafe comunale di Chieti, portandolo a 70-80 mila residenti, rischiando la galera o di essere passato per le armi come un traditore, pur di evitare lo sfollamento di tutti quei diseredati  che erano stati spostati in città  dai centri limitrofi e che il comando tedesco voleva deportare  altrove.
Oppure, la grande azione di Monsignor Venturi che intervenì tramite la Santa Sede sulle parti in lotta per salvare tanta gente, sprezzante del pericolo e dei disagi  (bisognava procedere a fari spenti, a passo d'uomo e fermarsi ogni volta passasse qualche convoglio militare o aereo) che un viaggio in Tiburtina da Chieti a Roma poteva comportare all'epoca. Chieti Città aperta non fu mai ratificata formalmente, ma di fatto ci fu. (Vedere su Mons. Venturi, l'opera dello storico contemporaneo agli avvenimenti, Angelo Meloni, "Chieti città aperta",Donato e Nicola De Arcangelis Editori, Pescara 1947).
Oppure, le testimonianze oculari dei viventi che hanno parlato bene dell'accoglienza riservata ai profughi da parte dei Teatini, come quella illustre di Renzo Arbore che da Foggia finì a Chieti.
In realtà,  salvo qualche eccezione  individuale, la vicenda di  "Chieti Città  Aperta" è stata una dei più alti episodi di umanità  e civiltà  del XX  secolo in Abruzzo e non solo, come dichiarato anche dal giornalista Rai, Max Franceschelli (esperto in materia e autore tra l'altro della recente opera "La guerra in casa. Chieti Città  Aperta", Edicola, 2007), nella video intervista, fatta dal sottoscritto per Agenzia Stampa Italia, durante una conferenza sull'argomento, e pubblicata sulla testata nazionale web, il 3 novembre 2015 che potete vedere qui di seguito:  https://m.youtube.com/watch?v=r2RvOlXfz6s .
 
Per la solidarietà  dei Teatini nei confronti dei profughi, è, tra l'altro, in corso anche un procedimento per far ottenere alla città  una Medaglia d'Oro al Valor Civile.